Nei territori del consumo totale

«La cultura del consumo detta le sue regole anche tra gli individui»

Nei territori del consumo totale

Il disobbediente e l'architetto

Nei territori del consumo totale
€8,90
€10,50
Lista dei desideri

I territori del consumo totale sono quelli che ciascuno di noi percorre e abita quotidianamente. Se è stato il sistema di mercato a creare la società metropolitana e il suo spazio regolato intorno a flussi incessanti di informazione, di capitali, di tecnologie, di élite manageriali, ora – secondo Massimo Ilardi – è l’agire consumistico a porsi come principio organizzatore delle relazioni tra individui e tra individui e merci, e a disegnare il territorio in un modo nuovo e del tutto inedito.
Ed è sulla cultura del consumo e i suoi valori, che non si definiscono tanto i meccanismi di funzionamento di una società nuova quanto si dissolvono quelli della società tradizionale, più che sulla nuda logica dei flussi e delle reti di mercato, che si dividono oggi le moltitudini del mondo.
Un libro utile per capire perché è sempre sul consumo, sui suoi oggetti e sulle sue pratiche, che si scatena il conflitto sulle strade metropolitane.


Un assaggio

Negli anni Settanta l’entrata in scena delle culture delle periferie urbane – fondate sull’individualismo, sul consumismo, sull’impoliticità e sul no al futuro – chiude definitivamente la stagione dei movimenti e apre, ma non solo in Italia, un nuovo ciclo di lotte sociali dove il conflitto si traduce immediatamente in rivolta: in uno spazio/tempo in cui, afferma Furio Jesi (2000), tutto ciò che si compie vale di per se stesso. Il Settantasette in Italia e gli anni Ottanta in Europa, gli scontri nei ghetti di Los Angeles del ’92 e nel centro di Parigi del ’94, fino ad arrivare, all’alba del nuovo secolo, alle giornate di Seattle e di Genova, non vedono movimenti ma rivolte contro le istituzioni. Non ci sono margini di mediazione: gli obiettivi sono immediati e privi di motivazioni ideologiche. Il saccheggio sistematico di negozi e supermercati e la distruzione ricorrente di tutto ciò che si trova sulla strada neutralizzano ogni riferimento a una ideologia o a un programma politico di trasformazione sociale come cause rilevanti. Ai protagonisti di queste rivolte quello che interessa sono la libertà d’azione, il possesso del territorio e l’appropriazione di merci ma senza alcuna teorizzazione in termini di «bisogni sociali» o «diritto alla ricchezza». A questo si aggiunge un’intensità incontrollata del conflitto che sconfina, in molti casi, nella dimensione di una guerra civile strisciante perché la macchina dei desideri inizia a non essere più sincronizzata con la macchina del lavoro e con quella dell’agire politico e non conosce scambi o mediazioni. E così la critica feroce al consumismo che aveva attraversato il ’68 viene prima annegata nelle bottiglie di champagne che girano tra le barricate del marzo ’77 a Bologna, e poi nei carrelli ripieni di merci razziate dai supermercati del South Central di Los Angeles in rivolta… Mentre nel moderno era la politica a fondare lo spazio destinato non a unificare ma a dividere il genere umano (Galli 2001), oggi è il mercato, con i suoi circuiti finanziari internazionali, con l’atopia delle sue strutture commerciali, con le sue reti di comunicazione globali, ad abbattere le mura della città e a determinare lo spazio metropolitano fino a estenderlo oltre ogni limite e differenza. La stessa guerra muta radicalmente: l’obiettivo non è più «la conquista di un territorio, ma l’abbattimento di tutti i muri che ostacolano il flusso di nuovi poteri globali fluidi» (Bauman 2003, p. XIX). Sono proprio questa unicità senza più differenze e questa infinità senza più confini dello spazio mondiale che l’universalismo del mercato ambisce a raggiungere per favorire una mobilità assoluta delle merci e delle finanze a porre il rapporto tra territorio e spazio come uno dei problemi centrali della contemporaneità. Perché, se è stato il sistema di mercato a creare la società metropolitana e il suo spazio regolato intorno a flussi incessanti di informazione, di capitali, di tecnologie, di élite manageriali, ora è l’agire consumistico a porsi come principio organizzatore delle relazioni tra individui, e tra individui e merci, e a disegnare il territorio in un modo nuovo e del tutto inedito. È sulla cultura del consumo e i suoi valori, che non definiscono tanto i meccanismi di funzionamento di una società nuova quanto dissolvono quelli della società tradizionale, più che sulla nuda logica dei flussi e delle reti di mercato che si dividono le moltitudini del mondo; ed è sempre sul consumo, sui suoi oggetti e sulle sue pratiche, che si scatena il conflitto sulle strade metropolitane
Mercato e consumo, società in rete e particolarismi locali, sembrano essere universi paralleli che si muovono dentro due forme di spazialità differenti entrambe presenti nella città contemporanea e che pretendono comportamenti, linguaggi, esistenze diversi e, in molti casi, contrapposti: la prima, più legata a esigenze di circolazione, delinea una spazialità neutra e ininterrotta che dovrebbe funzionare come elemento di mediazione tra regole astratte del mercato e comportamenti del consumatore; la seconda, quella del consumo, più vincolata a richieste e necessità che riguardano individui concreti che si incontrano, si identifica con un territorio determinato.

ISBN: 88-88738-37-1
PAGINE: 128
ANNO: 2004
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Antropologia ed etnografia, Metropoli e spazi urbani
Autore

Massimo Ilardi

Massimo Ilardi insegna Sociologia urbana presso la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Università di Camerino. È direttore della rivista «Gomorra». Tra le sue pubblicazioni: L'individuo in rivolta (Costa&Nolan 1995), Negli spazi vuoti della metropoli (Bollati Boringhieri 1999), In nome della strada. Libertà e violenza (Meltemi 2002).

STESSO AUTORE

STESSO TEMA