Nuova Panda schiavi in mano

«l’esempio di Pomigliano emblema del nuovo sfruttamento operaio»

Nuova Panda schiavi in mano

La strategia Fiat di distruzione della forza operaia

Postfazione di Mario Tronti

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La ristrutturazione del sito produttivo della Fiat a Pomigliano d’Arco costituisce un importante «laboratorio» per la riorganizzazione della produzione e del lavoro e soprattutto per la forma delle relazioni industriali. Qui l’impresa è all’opera per completare il processo di integrazione della forza lavoro nel regime di dominio del capitale. A beneficiarne direttamente sarà la multinazionale sul piano globale; avrà un’enorme rilevanza negli altri settori produttivi non necessariamente manifatturieri. I dispositivi dello sfruttamento del lavoro sono destinati a intensificarsi, dentro e fuori la fabbrica. Dentro e oltre la crisi globale.
Questa è sinteticamente la tesi sostenuta dagli autori del libro. Una storia di trasformazione produttiva vista dal lato del lavoro e delle sue possibili forme di organizzazione.
Ma obiettivo del libro è anche svelare il potente intreccio costituito dalla rappresentazione dei fatti avvenuta sui principali media nazionali; il ruolo giocato dalle attuali forze di governo; il vuoto di analisi dei maggiori partiti del centro-sinistra; le debolezze interpretative gravi del livello confederale della stessa Cgil. Perché l’esempio di Pomigliano è destinato a diventare la pietra miliare del nuovo livello di sfruttamento imposto alla classe operaia dei paesi ricchi e della rinuncia ad alcuni diritti, fondamentali anche per la sfera della cittadinanza


Un assaggio

Dalla premessa degli autori La vicenda dello stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano D’Arco è stata sin dal principio avvolta da un fitto velo ideologico, che ne ha deformato la trama. Con poche esclusioni e un buon grado di trasversalità, la politica e i media, ormai indistinguibili, ci hanno restituito un’interpretazione dei fatti figlia degli interessi di una sola parte in campo: le classi dominanti, economiche e politiche. A fronte di un conflitto dal sapore (apparentemente) tradizionale, gli eredi delle organizzazioni della classe operaia sono rimasti in gran parte ammutoliti, basiti, balbettanti, a tratti infastiditi. La sinistra parlamentare si era disfatta ben prima dei propri avversari di parole come capitalismo, classe, conflitto e dell’intero bagaglio, teorico, politico e ideale che esse portano con sé. Nessuna massa critica da cui attingere, e da rinnovare, per provare a proporre un’interpretazione genuinamente alternativa dei fatti, una presa di posizione di quelle che politicamente fanno «saltare i sismografi»1. La sinistra ha scelto di privarsi da tempo delle proprie radici, di disancorasi dalla propria parte. Così non le è rimasto che nuotare a vista nel campo semantico dell’avversario, finendo col diventare più realista del re. Questa logica non ha risparmiato nemmeno la gran parte dei sindacati: dopo decenni di dilemmi e strettoie asfissianti, Pomigliano ha disvelato il loro progressivo allontanamento dalla missione storica di difensori degli interessi delle classi lavoratrici. La globalizzazione sembra essere rimasta per molti l’unica forza in campo. Il mantra procede apparentemente inarrestabile. La globalizzazione è ineluttabile, non resta che adeguarsi. La strada è chiara: «Le regole della produttività si devono avvicinare globalmente e contrattare localmente, vicino a dove si produce»2. La sfida tra classi è finita3: specie in fase di crisi, gli interessi di padroni e operai (e delle loro rispettive organizzazioni) non possono che convergere, per salvaguardare la tenuta dei sistemi-Paese in un quadro di brutale competizione internazionale, tutta giocata sulla competitività tra territori per attrarre investimenti di capitale. Sono questi i codici della modernità capitalistica a cui l’Italia non ha saputo ancora adeguarsi, a cui Pomigliano non vuole piegarsi. Ed è questo il pregio della «Fiat cruda di Marchionne»4, come l’ha definita la presidente di Confindustia Emma Marcegaglia: ricordarci cos’è il mercato oggi e come ci si sta dentro. Proprio a partire da Pomigliano, dove l’assenteismo è cronico, la cultura del lavoro scarsa, i livelli di produttività intollerabilmente bassi, il conflitto lesivo degli stessi interessi di una forza lavoro poco capace di cogliere l’epocale opportunità offerta da Sergio Marchionne: vedere il proprio sito oggetto di investimenti e mantenere il posto di lavoro, in una fase di crisi e dislocazioni produttive
Squarciare tale velo ideologico è uno dei principali obiettivi di questo testo. Non che le logiche esposte sopra non siano stringenti, al contrario. Peccato però che in pochi si siano dilettati a considerare con altrettanta coerenza logica alcune sottaciute implicazioni. A voler capovolgere il ragionamento, potremmo scoprire che in fondo è questo il passaggio storico cui siamo dinanzi: la tenuta del sistema capitalistico – per come si è ricomposto negli ultimi trent’anni, e in specie in questa fase di crisi – esige che la definitiva brutalizzazione del lavoro e della società tutta divenga socialmente accettabile. Per salvare interessi e privilegi di una sola parte. In ciò consiste la valenza paradigmatica del caso Pomigliano
Sgomberiamo subito il campo da un possibile fraintendimento: il nostro confronto politico e intellettuale con la vicenda del sito campano nulla ha a che vedere con un nostalgico attaccamento a novecenteschi residui di lavoro operaio e di lotta di classe. La posta oggi in palio a Pomigliano è altissima per il lavoro e la società tutta. È questo uno dei principali presupposti che ha animato la nostra ricerca. Ben oltre la vertenza in corso, ben oltre la fabbrica, la vicenda del sito campano ha reso tangibile la ratio della riorganizzazione del lavoro che ha caratterizzato il trentennio di ristrutturazioni capitalistiche che ci lasciamo alle spalle: sfruttamento senza controllo e neutralizzazione politica. Prendere o lasciare. In cambio di nessuna certezza. È questo, in fin dei conti, l’accordo-diktat imposto ai lavoratori di Pomigliano nel giugno del 2010. D’altro canto è Marchionne a ricordarci per primo che Fabbrica Italia in realtà non è un accordo, ma un progetto Fiat non concordato con le parti sociali. Ed è lui a pretendere esplicitamente una resa senza condizioni: «Prima la certezza delle regole poi i dettagli del piano»5. Le vicende di Pomigliano hanno inoltre acceso un riflettore cruciale sulla persistente dialettica conflittuale che caratterizza ancora il capitalismo. Si svela così la fallacia della più grande tra le narrazioni ideologiche prodotte dal pensiero dominante degli ultimi trent’anni: la convergenza d’interessi tra capitale e lavoro. Soprattutto, le vicende del sito hanno dato una speciale, drammatica, visibilità alla solitudine politica del lavoro in lotta contro un’esasperazione di dispositivi di comando e di sfruttamento che si avvia ormai oltre la soglia dell’accettabilità, politica, sociale e umana. Ma su questi temi ci soffermeremo più avanti. Proviamo qui a considerare da dove l’opinione politica, mediatica, pubblica sembra voler partire per inquadrare, e in fin dei conti giustificare, le scelte aziendali: l’ineluttabile globalizzazione. D’altro canto è dalla generalizzata subalternità a questo termine che discende la coerenza logica dei ragionamenti sopra richiamati ed è dunque soltanto dentro una sua ridefinizione che il caso Pomigliano può essere adeguatamente inquadrato, scandagliato e «contro-narrato». Se è dal globale che la storia di Pomigliano deve partire, noi pensiamo che questo globale sia il neoliberismo, ossia la forma del capitalismo oggi, e a dirla così tutto è assai più tangibile, forse meno ineluttabile, di quanto l’ideologia dominante voglia far passare.

ISBN: 978-88-6548-011-3
PAGINE: 120
ANNO: 2011
COLLANA: samizdat
TEMA: Economia e lavoro
Autore

Gruppo Lavoro del Centro per la riforma dello Stato

RASSEGNA STAMPA

Nuovo corso e vecchie lotte a Pomigliano

Recensione di Marco Borrone al libro Nuova Panda schiavi in mano – NapoliMonitor – aprile 2011

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Due libri contro la fabbrica del falso

Recensione di Francesco Bravi ai libri Nuova Panda schiavi in mano e La fabbrica del falso - «Le Monde Diplomatique» - 15 marzo 2011

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Articolo21 su Nuova Panda

Recensione di Bruna Iacopino al libro Nuova Panda schiavi in mano - da Articolo21.info, 23 marzo 2011

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