Oltre Heidegger

Dopo Heidegger: quel che resta della filosofia.

Oltre Heidegger

Percorsi tra fenomenologia materiale e idealismo

Oltre Heidegger
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Oltre Heidegger non è un’illustrazione storica delle posizioni filosofiche attuali, o del recente passato, di altri pensatori che, dopo Heidegger, hanno trattato la questione dell’essere nell’epoca della “fine della metafisica”. Si tratta piuttosto di raccogliere l’eredità dell’ontologia fenomenologica per condurla fuori da quell’impostazione che ad Heidegger è debitrice.
Spunto per questa lettura è la fenomenologia materiale di Michel Henry. Dispiegata attraverso il confronto con la fenomenologia di Hegel e la “filosofia berlinese” di Fichte, essa costituisce tuttavia solo il primo riferimento per mezzo del quale interrogare e spingere più a fondo il problema dell’“autonomia dell’essere” e del suo concreto “agire”: del suo destinarsi nella storicità della prassi. Sotto questo profilo, le difficoltà e le aporie della filosofia di Henry risultano ben più significative della compiutezza del suo pensiero, per pensare oltre Heidegger la soglia di quest’incontro tra fenomenologia e idealismo.


Un assaggio

L’agire dell’essere. Divenire e storicità

1. Nell’incipit della Lettera dell’umanismo, Heidegger individua nella comprensione dell’agire il compito della filosofia attuale.
«Noi – scrive Heidegger – non pensiamo ancora in modo abbastanza decisivo l’essenza dell’agire». In che senso la questione dell’agire richieda tuttavia d’esser posta per esser pensata, è quanto egli chiarisce immediatamente dopo, quando scrive:
Non si conosce l’agire se non come il produrre un effetto la cui realtà è valutata in base alla sua utilità. L’essenza dell’agire, invece, è il portare a compimento. Portare a compimento significa: dispiegare qualcosa nella pienezza della sua essenza, condurre-fuori a questa pienezza, producere. Dunque può essere portato a compimento in senso proprio solo ciò che già è. Ma ciò che prima di tutto “è”, è l’essere.
Heidegger oppone, evidentemente, la concezione ordinaria, “preontologica”, dell’agire a quella propriamente ontologica. Vista più in profondità, l’opposizione ha in realtà a che fare con due modi altrettanto ontologici di concepire l’agire: il modo “metafisico” (che consiste nella comprensione concettuale dell’essere) versus quello filosofico in senso proprio, come pensiero che custodisce l’essere. È proprio della metafisica il presupposto inespresso secondo cui l’agire è affare dell’uomo, nel senso di quel rappresentare conforme a scopi di cui soltanto l’uomo è capace e di cui l’uomo si serve per definire la capacità di autodeterminazione come elemento distintivo rispetto all’ordine naturale delle cose, e costitutivo della sua humanitas. Ad accomunare metafisica e pensiero ordinario è dunque questo presupposto per il quale la questione dell’agire rinvia al problema più generale nel quale si decide della humanitas dell’uomo. In entrambi i casi, l’agire sarebbe inteso come ciò in cui e per mezzo di cui ne va dell’essenza dell’uomo, del senso della sua “umanità”, per come questo stesso uomo se la rappresenta.
Posta in questi termini, la riflessione dell’agire si trova giocoforza ricondotta nel perimetro di una discussione al cui centro è innanzitutto l’uomo, con i suoi scopi, con i suoi bisogni, ma soprattutto con quella interpretazione di sé e della sua realtà che ne orienta le scelte e i progetti di vita. – Che quest’interpretare non si riduca ad alcunché di meramente contemplativo o a un interesse puramente teorico e astratto, lo si vede appunto dall’azione che siffatto comprendere esercita nei modi concreti, storicamente determinati, di vita dell’uomo. Porre la domanda se sia effettivamente l’uomo a determinare in tal modo se stesso o se questo processo dipenda da altro, risulta tuttavia sterile, almeno fintantoché non sia posta in discussione la comprensione implicita che accompagna questa domanda e che, surrettiziamente, per il fatto stesso di esser posta in questi termini, assume già una precisa idea di che cosa sia “uomo” e di cosa debba intendersi per “umano”. D’altra parte, non meno sospetto potrà apparire il tentativo, sempre filosofico, che pretenda di poter riflettere su questo rapporto tra l’umano ed il comprendere, ponendosi da un punto di vista “esterno” o “estraneo”, come se davvero fosse possibile un “punto zero” dell’osservazione a partire dal quale sviluppare un comprendere “puro”, che possa dimostrarsi assolutamente privo di presupposti.

ISBN: 978-88-6548-302-2
PAGINE: 216
ANNO: 2019
COLLANA: Labirinti
TEMA: Filosofia
Autore

Roberto Formisano

Roberto Formisano è USIAS Fellow presso l’Institut d’Études Avancées de l’Université de Strasbourg (Francia). Docente a contratto di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Ferrara, è anche Affiliate Faculty Member presso la School of Religious Studies della McGill University (Canada). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla filosofia francese contemporanea, sull’idealismo tedesco e sulla fenomenologia. Oltre a diversi saggi e articoli, è autore del volume: Dalla “critica della trascendenza” alla “fenomenologia della vita”. Alle radici del percorso teoretico di Michel Henry (Bologna 2013).

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