Oltre le bande

Un abbagliante affresco delle culture giovanili contemporanee

Oltre le bande

Saggi sulle culture giovanili

Oltre le bande
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A cura di Margot Mecca
Postfazione di Carmen Leccardi

Questo libro raccoglie cinque saggi sulle culture giovanili scritti negli ultimi trent’anni. Dalle «tribù urbane» nella Spagna degli anni Ottanta alle «bande transnazionali» degli anni Duemilaventi, passando per i chavos banda nel Messico e le «bande latine» a Barcellona, il testo fornisce indizi teorici, percorsi metodologici ed esperienze etnografiche per ripensare le culture giovanili contemporanee. In un momento in cui i membri delle bande, soprattutto se giovani e migranti, emergono come il capro espiatorio di molti problemi politici e sociali, lo sguardo antropologico ci permette di leggere questo fenomeno senza pregiudizi e con empatia, favorendo politiche più inclusive in grado di rendere i protagonisti del problema parte della soluzione.


Un assaggio

Delle tribù urbane

Sono cresciuti tra il cemento della grande città e sono naufraghi dell’asfalto. Nomi sonori e l’etichetta di punkies, heavis, mods, rockers li preservano nell’ardente sicurezza delle loro rispettive tribù di appartenenza. A volte l’ascia di guerra è dissotterrata per tingere di sangue un mondo pieno di musica […]. Domini, zone di transito, territori in lotta, la mappa residuale di una città sconosciuta e quotidiana, dove regnano altre leggi, altri valori (Tribus ’85. Morir con la chupa puesta, «Triunfo», aprile, 1984, p. 31).

La gioventù degli anni Ottanta era quella nata alla fine degli anni Sessanta… e a quel tempo c’era una crescita della popolazione molto alta… Cioè, questa gioventù scoprirà che sono in tanti per un singolo posto di lavoro. Le persone restano un po’ appese, cercano di fare le loro cose per evitare di essere lasciate ai margini. Ecco perché ci sono in giro tante tribù urbane… Senza lavoro, le persone non sono state in grado di adattarsi alla società e hanno creato un gruppo per appartenere a un qualche tipo di società, giusto? (Quim, catalano, 18 anni).

Nel 1984 iniziai a raccogliere storie di vita di giovani della mia città (Lleida, una località nell’entroterra della Catalogna), con lo scopo di realizzare una tesi in antropologia, presentata e discussa presso l’Università di Barcellona nel 1985. Correva l’Anno Internazionale della Gioventù e da poco aveva fatto la sua irruzione sulla scena un nuovo soggetto sociale, battezzato con un’etichetta significativa: «tribù urbane». I mezzi di comunicazione dedicarono immediatamente una notevole attenzione al fenomeno: la campagna di panico morale (che si scatenò subito dopo la morte di un giovane mod per mano di un rocker di Madrid) si collegava all’appropriazione commerciale del fenomeno (anche attraverso servizi giornalistici che indicavano i negozi dove era possibile acquistare l’abbigliamento distintivo di ciascuna tribù). Un teddy-boy di Saragozza scrisse una lettera al direttore di un giornale per ricordare che «Le uniche tribù che esistevano al mondo  erano quelle dei negri d’Africa!». Ma un punk disabile (El Cojo) si rese celebre per aver distrutto un lampione col suo bastone durante le manifestazioni studentesche del 1987. E un cronista arrivò a dichiarare: «I sociologi dovranno fornire una spiegazione per questo fenomeno africano e sottosviluppato» (Feixa, 1988).
All’inizio le tribù urbane non mi sembravano un oggetto di studio particolarmente rilevante. A livello di costruzione ideologica, l’immaginario e il reale si confondevano senza soluzione di continuità e il fenomeno era lontano dal configurarsi come di massa. Se le espressioni giovanili «marginali» potevano essere
comprese solo all’interno del contesto più ampio delle varie identità generazionali, era necessario studiare la cultura giovanile nel suo insieme. Tuttavia, nel corso del lavoro sul campo, le tribù giovanili cominciarono a interessarmi. Iniziai a notare che gli attori si servivano durante le interviste di diverse etichette per autodefinirsi e per classificare gli altri giovani. Alcuni rispondevano a identità etniche e di classe precedenti (i pijos, giovani della classe media, in genere studenti, ossessionati dal consumismo e dalla moda, si contrapponevano ai golfos, immigrati della periferia, generalmente disoccupati).
Altre classificazioni riconducevano a modelli più universali: reminiscenze del passato (hippies), revivals (mods) e nuove creazioni subculturali (punk, posmodernos).
Modelli provenienti da altri tempi e luoghi (la Gran Bretagna degli anni Sessanta e Settanta) e non introiettati in maniera passiva o puramente esteriore, si adattavano a nuove funzioni e bisogni e si mescolavano con le influenze autoctone (la cultura gitana e il nazionalismo catalano). In alcuni casi si verificavano curiosi processi di inversione simbolica. Ad esempio, i mods non erano più figli di operai opposti ai rockers ma riunivano per lo più ragazzi della classe media attratti in maniera generica dalla cultura sixties; e lo stile skinhead, tradizionalmente vicino al proletariato e ribelle, ha finito per attrarre adolescenti della borghesia, alcuni di estrema destra e razzisti. In ogni caso, è interessante notare come le tribù urbane venivano considerate da molti dei miei informatori come un emblema generazionale: sebbene in realtà fossero pochi i giovani che si identificavano interamente con esse, l’idea predominante era che «ci sono molte tribù urbane», e che tali tribù costituivano una metafora della crisi, la rielaborazione simbolica del disincanto politico che era seguito alla fine del franchismo; una risposta alla mancanza di lavoro e alle aspettative vitali dei giovani.
Del resto, l’osservazione partecipante mi permise di appurare l’effettiva importanza degli spazi di svago nella costruzione di questi gruppi. Un successivo lavoro di documentazione su fonti orali mi aiutò a delineare la storia di questi spazi (Feixa, 1990). Per la generazione del dopoguerra, la passeggiata per la via più importante della città era la principale – e forse unica – forma di svago nel tempo libero. L’usanza era conosciuta come hacer la noria e consisteva nel percorrere su e giù sempre la medesima strada, sotto lo sguardo vigile degli adulti. Sebbene negli anni Cinquanta avessero fatto la loro comparsa i guateques (feste private tra adolescenti), fu solo alla metà degli anni Sessanta, grazie alle prime sale da ballo o discoteche, che i giovani cominciarono a disporre di spazi alternativi a quelli della passeggiata.
Questa situazione durerà fino al 1975, anno della morte di Franco. A partire da questo momento, la gioventù iniziò a dotarsi di uno spazio proprio all’interno del territorio urbano, spazio regolato da «altre leggi e altri valori»: nella parte antica della città sorse la «zona dei vini». In origine, furono gli jipis autoctoni (in ritardo rispetto al resto d’Europa) che si avvicinarono ad alcuni vecchi bar dove i prezzi erano bassi e in cui si poteva ascoltare musica indisturbati, vestire in maniera informale e fumare hashish in gruppo. Visto che il pubblico cominciò a farsi più numeroso, aprirono altri pub in cui il fine settimana si riunivano migliaia di giovani.
L’ambiente era particolarmente vivace sopratutto d’estate quando si avvicinava il momento della raccolta della frutta (Lleida è una zona agricola) e accorrevano jipis forestieri.
La zona dei vini si configurò come lo spazio giovanile per antonomasia, uno spazio neutrale dove convivevano stili assai diversi, una sorta di spazio consacrato
alle distinte tribù. La crescente massificazione portò alcuni settori di giovani a desiderare una forma di differenziazione, spostandosi così verso nuovi locali di incontro fuori da questa zona. I primi ad allontanarsi furono i progres: per lo più studenti di sinistra con influenze controculturali che si riunivano in diversi pub della zona bassa della città, dove era di moda ascoltare jazz, rock progressivo e cantautori catalani. Parallelamente cominciarono ad aprire nella zona alta, borghese – la calle del Dolar –, una serie di locali con prezzi più alti e un’estetica più commerciale – pub, discoteche, disco-bar, terrazze, champanyerias – che attrassero l’ampio settore dei pijos. L’abbigliamento firmato e la musica da discoteca erano predominanti in questo ambiente. Apparvero poi in varie parti della città nuovi locali accomunati dall’etichetta di posmodernos. Si trattava di superfici di notevoli dimensioni (ex magazzini) reinterpretate attraverso un’architettura «dura»; in tali ritrovi ci si recava a ballare, anzi «a muoversi», regnava sovrana l’estetica «spettacolare» (punk, rockers) e l’hard rock era la musica d’avanguardia. Infine, nella zona dei vini si verificò un processo di specializzazione: alcuni locali vennero chiusi a causa della persecuzione della polizia e dell’arrivo dell’eroina; altri attrassero clientele specifiche (hardcores, heavies, rockabillies, acratas, femministe ecc.). Il caso più evidente è la Casa della Bomba, un vecchio bar di quartiere che si è trasformato nel ritrovo della scena mod locale, con la pubblicazione di una fanzine e l’organizzazione annuale di un festival chiamato The Walrus Weekend, con mods motorizzati provenienti da tutto il paese e anche dall’estero.
In questo modo, dunque, l’emergere delle tribù urbane viene a configurarsi come un processo parallelo all’apparizione nello spazio cittadino di zone e locali specializzati per lo svago dei giovani. In genere, non si tratta di gruppi con base territoriale, organizzati secondo il modello della banda, bensì di stili più diffusi
e personalizzati. Sebbene alcuni dei membri di questi gruppi vivano in quartieri operai della periferia, lo spazio di aggregazione rimane il centro della città e in
particolare i locali della movida. Ogni ragazzo può fare proprio uno stile in modo più o meno radicale, identificarsi in successione con stili diversi o adottarne solo parte degli ornamenti esteriori, o più semplicemente condividere l’amicizia con i componenti del gruppo.
Di fatto, la tribù esiste esclusivamente come «mappa mentale» per consentire di orientarsi e interagire quotidianamente con gli altri giovani. I «travestimenti» di solito non vengono indossati a scuola o al lavoro, ma sono prerogativa specifica del fine settimana, quando ci si reca nella zona dei vini al sopraggiungere della sera, e a mezzanotte si inizia la via crucis tra i diversi locali posmodernos (la notte è indubbiamente l’ora delle tribù). Benché esista una certa rivalità, le risse sono piuttosto rare.
Per finire, desidero segnalare alcuni cambiamenti avvenuti dall’85 a oggi: gli stili maggiormente connessi con la crisi e che hanno come protagonisti giovani operai (punks, heavies) hanno lasciato il posto ad altri stili che, sebbene di origine operaia, riconducono ad altre epoche (gli anni Sessanta) e sono ripresi dai giovani della classe media (mods, skinheads), facendosi interpreti di nuove metafore sociali (il consumismo, il razzismo).

ISBN: 978-88-6548-322-0
PAGINE: 160
ANNO: 2020
COLLANA: Anomalie urbane
TEMA: Contro-culture, Metropoli e spazi urbani
Autore

Carles Feixa

(Lleida, 1962) è professore ordinario di antropologia sociale all’Università Pompeu Fabra (Barcellona). È autore di oltre cinquanta libri, tradotti in diverse lingue. È stato consulente per le politiche giovanili delle Nazioni Unite. Nel corso della sua carriera ha ottenuto importanti riconoscimenti per il suo lavoro di ricerca. Questa è la sua prima monografia in lingua italiana.
RASSEGNA STAMPA

«Oltre le bande» su @UPF-Univesitat Pompeu Fabra

Qui la segnalazione del volume


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