Operai e capitale

Il più grande testo teorico dell’Operaismo italiano

Operai e capitale

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Operai e capitale è unanimemente riconosciuto come il testo fondamentale dell’operaismo italiano, un filone di pensiero politico che dall’inizio degli anni Sessanta a oggi ha prima rivoluzionato e poi continuamente condizionato il panorama del dibattito internazionale della sinistra istituzionale ed extra-istituzionale.
Nel corso degli anni Sessanta la lettura di Operai e capitale ha determinato la fondazione di una mentalità, un atteggiamento, un lessico assolutamente innovativi, contribuendo alla formazione culturale di migliaia di nuovi militanti attivi nelle fabbriche, nelle scuole, nei territori. Militanti che in seguito diedero vita al sindacato dei consigli e alla formazione di vari gruppi extraparlamentari.
Una parte considerevole delle lotte del Sessantotto e dell’Autunno caldo italiano si cibarono dei contenuti di questo libro. Concetti come «neocapitalismo», «composizione di classe», «operaio massa», «piano del capitale», «inchiesta e conricerca operaia» si sono man mano imposti nel lessico del dibattito politico fino a diventare «senso comune».
A quarant’anni dalla sua prima pubblicazione Operai e capitale assurge a testo classico, e quindi nobilissimo, della storia del movimento operaio. Non per questo i suoi contenuti sono da considerarsi inattuali. Al contrario, offrono ancora una straordinaria chiave di lettura dei rapidi e profondi processi di trasformazione del lavoro e di scomposizione delle classi in corso negli ultimi decenni.


Un assaggio

Dall’introduzione

Il lavoro di ricerca su quel piccolo corpo di ipotesi, che non a caso è nato in Italia in questi anni sessanta, si trova ora ad un punto di svolta delicato, decisivo. Questa ricerca ha posto alcune sue premesse teoriche, solo apparentemente astratte; ha tentato alcune sue sperimentazioni politiche, per necessità di cose realmente rozze e primitive; ha raggiunto quindi una somma di prime conclusioni, di nuovo teoriche, in cui, metà concretezza metà fantasia, è possibile scoprire il germe, appunto, di nuove leggi per l’azione. Presentare in blocco tutto questo è diventato necessario. Una complessiva verifica pubblica s’impone, prima di passare oltre. La successione cronologica dei testi pretende qui a uno sviluppo logico del discorso. Ma può non essere così. Possono esistere errori nelle pieghe delle cose fatte e delle cose pensate, che è difficile vedere dall’interno, mentre è facile scoprire dal di fuori. In questo caso, insieme bisogna individuare, insieme correggere. Un discorso che cresce su se stesso corre il pericolo mortale di verificarsi sempre e soltanto con i passaggi successivi della propria logica formale. Bisogna scegliere il punto in cui consapevolmente si arriva a spezzare questa logica. Non basta allora calare le ipotesi teoriche in una esperienza sensata, per vedere se funzionano praticamente. Le ipotesi stesse vanno a lungo negate con un lavoro politico, che prepari il terreno di una loro verifica reale. Solo quando il terreno è politicamente pronto, esse possono funzionare materialmente nella pratica dei fatti. Ma è un discorso complesso e bisogna forse esprimerlo con altre più semplici parole. Che cosa sono per noi Marx, Lenin, le esperienze operaie del passato? Certamente cose diverse che per altri. Ed è giusto così. Altri, tutti, avevano trovato lì dentro quello che, secondo noi, non si deve nemmeno cercare: un nuovo possesso intellettuale del mondo, che è poi un altro indirizzo per i propri studi; una nuova scienza della vita, e cioè tranquillità per se stessi nello scegliersi un posto nella società; una nuova coscienza della storia, la cosa peggiore di tutte e la più pericolosa, perché porta a firmare in bianco l’atto notarile di riconsegna nelle mani dell’operaio della sua essenza umana smarrita, eredità concessa dal padrone che muore e non a caso rifiutata, disprezzata, dal lavoro vivente. Cercare certe cose e non altre, non tutte: è l’unico modo utile di viaggiare. Si viaggia così anche nel mondo dei classici. Allora si trovano sassi sulla strada più preziosi dell’oro nelle miniere: motivi di orientamento nella lotta di classe quotidiana, rozze armi offensive contro la prepotenza del padrone, niente orpelli decorativi, niente valori prestigiosi. Si trova quella successione crescente di criteri pratici per un’azione politica di parte operaia; ogni criterio consapevolmente assunto dopo l’altro, ed ogni livello dell’azione soggettivamente portato al di sopra dell’altro; con l’obiettivo di arrivare a rovesciare la natura subalterna della richiesta operaia in un atto di minaccioso dominio su tutta la società; strappando così la guida e il controllo della lotta di classe al cervello del capitale per stringerli una volta per tutte nei pugni degli operai. Questa successione, questo cammino della lotta, questo crescere politico della nostra classe, partono dall’opera di Marx, passano per l’iniziativa di Lenin, trovano momenti di salto nello sviluppo in esperienze pratiche decisive direttamente operaie, e non si fermano qui, vanno oltre tutto questo, e anche noi dobbiamo saper andare oltre, con questo atteggiamento nei confronti di questo processo: metà previsione del futuro, metà controllo sul presente, in parte anticipando, in parte seguendo. Anticipare vuol dire pensare, vedere più cose in una, vederle in sviluppo, guardare tutto, con occhi teorici, dal punto di vista della propria classe. Seguire vuol dire agire, muoversi al livello reale dei rapporti sociali, misurare lo stato materiale delle forze presenti, cogliere il momento, qui e ora, per afferrare l’iniziativa della lotta. Così, larghe anticipazioni strategiche dello sviluppo capitalistico sono certo necessarie, ma necessarie come concetti-limite entro cui fissare le tendenze del movimento oggettivo. Mai scambiarle con la situazione reale, e mai prenderle come un destino del mondo che non si può sfuggire e a cui si deve obbedire. Il senso della lotta e dell’organizzazione, in certi momenti, sta esattamente nel prevedere il cammino oggettivo del capitale, e le sue necessità entro questo cammino; sta nel negare ad esso il compiersi di queste necessità, il che blocca il suo sviluppo e proprio per questo lo mette in crisi prima, a volte molto prima, che esso abbia raggiunto le condizioni ideali che noi stessi avevamo pensato. E così, i modi dell’azione concreta, le vere e proprie leggi della tattica, sono certo anch’esse indispensabili, ma indispensabili come funzioni che devono servire, devono essere fatte servire, ad una prospettiva complessiva che nel suo insieme cade tutta al di là di esse. Mai isolare queste leggi l’una dall’altra, mai scambiarle con obiettivi di lungo periodo, mai farle autonome come fossero esse tutto il piano della lotta, esse la meta finale. Il senso di quella vigilanza teorica a cui la classe operaia è continuamente costretta sta proprio nella necessità di spezzare talvolta la catena delle occasioni storiche, che troppo spesso si ripresentano e spesso troppo eguali, e bisogna allora tutte quante giudicarle di nuovo e di nuovo arrivare a sceglierne solo alcune come modelli, alla luce degli ultimi sviluppi, delle ultime previsioni, delle nuove scoperte. Quando si ripercorre indietro la storia delle esperienze di lotta degli operai e si guardano in faccia gli uomini che alla loro testa le hanno espresse, allora si vede. Sempre queste due cose, l’anticipare e il seguire, previsione e controllo, le idee chiare e la volontà di azione, saggezza e abilità, lungimiranza e concretezza, sempre si sono mostrate divise, separate addirittura in uomini diversi. Per il punto di vista teorico della classe operaia, questa condizione è la morte. Per la sua azione politica, è la miseria di oggi nella vita del movimento operaio ufficiale. La situazione, in questo senso, è grave. E non bastano certo le parole di un libro per cambiarla. Un libro oggi può contenere qualche cosa di vero ad una sola condizione: se viene tutto scritto con la coscienza di compiere una cattiva azione. Se per agire bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio indietro. Le parole, comunque le scegli, ti sembrano sempre cose dei borghesi. Ma così è. In una società nemica non c’è la libera scelta dei mezzi per combatterla. E le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni. La ricerca, in questa forma, con questa coscienza, deve dunque andare avanti. E al di là dei confini finora raggiunti, diventerà molto più complessa, difficile e faticosa. Fino a questo punto abbiamo avuto tra le mani la tela dei classici e ci abbiamo fatto su qualche ricamo. D’ora in poi una nuova tela va tessuta, tagliata, iscritta nei nuovi orizzonti della lotta operaia di oggi. Dopo Marx, della classe operaia nessuno ne ha saputo più niente. Essa rimane tuttora questo continente sconosciuto. Si sa di certo che esiste, perché tutti ne hanno sentito parlare, e ognuno può leggere su di esso favolosi racconti. Nessuno però può dire: ho visto e capito. Qualche sociologo s’è provato a dimostrare che in realtà non esiste più: il capitalista l’ha licenziato perché non conosceva il suo mestiere. Come è fatta, dentro, la classe operaia, come funziona all’interno del capitale, come lavora, come lotta, in che senso accetta tatticamente il sistema, in che forme strategicamente lo rifiuta: queste le vicende e altrettante le domande. Teoria più storia, storia più teoria, in questi anni prossimi, noi dobbiamo sapere. Come il Galileo di Brecht, cerchiamo di avanzare palmo a palmo. «Non affermiamo subito che si tratta di macchie solari; cerchiamo prima di dimostrare che non sono pesci fritti». Con «sguardo arduo e fecondo», sviluppando in noi «l’occhio estraneo», osserviamo la lampada oscillante della lotta di classe odierna: con quanta più meraviglia ci sorprenderemo a guardare le oscillazioni, tanto più saremo vicini a scoprirne le leggi. Nel tratto di ricerca fin qui condotta, questo insegnamento di metodo è stato molto tenuto presente. Ci ha portato a scoprire alcune cose che non si vedevano ad occhio nudo. E rispetto a quello che per questa via si può scoprire, tutto questo è niente e serve solo a introdurre il discorso. Anche qui ci possiamo sbagliare. Eppure è difficile sottrarsi all’impressione che la via di una ricerca marxista di tipo nuovo è oggi aperta davanti a noi e che la lunga notte, il lungo sonno dogmatico del pensiero operaio sta per finire. Il mare delle scoperte possibili è tornato anzi di nuovo così tempestoso che una grande forza di autocontrollo è necessaria per navigarlo senza mettere fuori uso tutti i vecchi strumenti dell’analisi. Per un lungo periodo, con rigore, senza cedimenti, dovremo tenere fisso l’oggetto su cui guardare: la società presente, la società del capitale, le sue due classi, la lotta fra queste classi, la storia di esse, le previsioni sul loro sviluppo. A chi domanda come sarà quello che ci sarà dopo, bisogna rispondere: non lo sappiamo ancora. A questo problema si deve arrivare. Da questo problema non si deve partire. Noi non ci siamo arrivati. E questo è uno dei motivi per cui in tutto questo discorso il futuro sembra non esistere. Di tutto quello che esiste oggi, infatti, niente per noi è il futuro. E premettere il modello di una società dell’avvenire all’analisi di quella attuale è un vizio ideologico borghese che solo le plebi oppresse e gli intellettuali d’avanguardia potevano a ragione ereditare: è la fanfara davanti al corteo, o un premio alla viltà con la promessa che di là c’è il mondo dei giusti. Nessun operaio che lotta contro il padrone vi chiede: e dopo? La lotta contro il padrone è tutto. L’organizzazione di questa lotta è tutto. Ma già tutto questo è un mondo. D’accordo. È il mondo vecchio che bisogna abbattere. Ma chi vi dice che per abbatterlo non basti questa semplice volontà di rovesciamento del potere, organizzata in classe dominante? Da una parte la classe operaia, dall’altra la società capitalistica: questo è lo schema moderno della lotta di classe. Non è vero che in questo modo si sposta il rapporto di forze a favore del capitale. È vero il contrario. La classe operaia acquista e riconosce solo così la sua forza propria, di unico elemento vivo, attivo, produttivo della società, di cerniera dei rapporti sociali, – articolazione fondamentale dello sviluppo economico e quindi con in pugno potenzialmente il dominio politico già sul presente. Il processo rivoluzionario attraverso il quale questo dominio diventerà reale potrà anche vedere tappe forzate di svolgimento, con il salto di alcune fasi. Ma all’apice dello sviluppo, strappato il potere ai capitalisti, un duro periodo di dittatura politica degli operai su tutta la società, – questo no, non si potrà saltare. E questo è il massimo di futuro che riusciamo a vedere, il massimo che vogliamo vedere. Come obiettivo di lotta, ci basta. Come organizzazione della lotta, ci serve. Di più non si può dire. Le profezie sul mondo nuovo, sull’uomo nuovo, sulla nuova comunità umana, ci sembrano oggi cose sporche come l’apologia di un passato vergognoso No, il problema di oggi non è che cosa bisogna sostituire al vecchio mondo. Il problema di oggi è ancora quello di come abbatterlo. Essenziale è dunque sapere ancora che cosa esso è, verso dove cammina e perché, con quali forze dentro e con quante lotte. Lo sviluppo del discorso per questa via non è quello che ci preoccupa. Si può arrivare ad anticipare molto di questo futuro concreto e bisogna farlo. Questa, appunto, è la ripresa d’importanza della teoria. Ma c’è a questo punto una domanda vera che vuole una vera risposta. E una vera risposta è tutto fuorché facile da dare. Il giovane compagno, che giustamente vuole la lotta subito contro un nemico vivente, chiede una cosa precisa: qual è nel frattempo il margine dell’attività pratica? qual è, qui e ora, l’azione del seguire, controllandolo, il presente? e come si collega, come si concilia questa presenza attiva sulle cose di oggi con i viaggi di scoperta teorica nei continenti nuovi? Questi anni sessanta in Italia non verranno mai abbastanza considerati nel loro lato positivo. Un complesso fortunato di condizioni, direttamente capitalistiche e direttamente operaie, ha aperto un processo di crescita di forze rivoluzionarie nuove, che vivono proprio ora un momento fondamentale di sviluppo e di svolta. Sono stati anni di esperienze. E le esperienze – quando sono appunto di tipo nuovo, quando rompono con la tradizione e con l’ufficialità corrente – c’è chi le fa e chi non le fa. Non è questa la linea di demarcazione che bisogna tracciare. Chi non ha fatto gli esperimenti nuovi, ha rifatto criticamente quelli vecchi: è così che ognuno, per suo conto, quando è giovane, va avanti. C’è qui una saggezza difficile da praticare, perché si possiede appieno solo dopo che l’occasione è passata e prima esiste solo in germe: condurre un lavoro politico oggettivo con la coscienza, sia pure oscura, di fare solo un’esperienza per sé, in funzione di quel corpo di ipotesi che vive nella testa, e per sapere come controllarle, come svilupparle. Dopo un esperimento così fatto, sembra sempre che non resti niente. In realtà resta la premessa fondamentale per fare tutto: la maturità di un discorso di prospettiva e delle forze soggettive che possono cominciare a farlo funzionare. Il punto di svolta nella pratica deve contenere tutti questi termini del problema. Il livello raggiunto dal discorso, la maturazione delle forze che possono portarlo, la situazione di classe miracolosamente favorevole in Italia, impongono che non si tentino più in questo momento esperienze pratiche che servono alla scoperta teorica, impongono un lavoro politico fattivo, creativo, che miri con la forza e l’abilità a risultati concreti, a passaggi materiali. Dobbiamo saperlo in anticipo: questo lavoro politico sarà tutto al di qua del nostro orizzonte teorico. E deve essere al di qua, sempre, ogni volta che si tratta ancora di aprire un processo rivoluzionario, preparando le condizioni, raccogliendo le forze, organizzando il partito. Sì, organizzando il partito. Ci sono momenti in cui tutti i problemi si possono ridurre e vanno ridotti a questo solo problema. Sono momenti molto avanzati della lotta di classe. E non bisogna sempre andarli a cercare dove il capitale è più maturo o dove il capitalismo è più debole. Anche qui, con il coraggio della scoperta, al di fuori degli stessi schemi teorici che pure uno va coltivando nel proprio giardino, bisogna saper trovare il luogo, il punto in cui una catena di circostanze ha fatto sì che ci sia un solo nodo da sciogliere perché riprenda a camminare il filo del movimento rivoluzionario: il nodo del partito, la conquista dell’organizzazione. Non si ripeterà mai abbastanza che prevedere lo sviluppo del capitale non significa sottomettersi alle sue leggi di ferro: significa costringerlo ad imboccare una strada, aspettarlo in un punto con armi più potenti del ferro, lì assalirlo e lì spezzarlo. Troppi credono oggi che la storia passata del movimento operaio nei paesi più avanzati sia per noi un destino fatale a cui non riusciremo a sfuggire. Ma conoscere ciò che sta per avvenire non serve proprio ad impedire che avvenga, a trovare i modi, le forme, le forze perché non avvenga? E a che cos’altro può servire? A darci l’oroscopo per domani? La storia della socialdemocrazia moderna, del moderno riformismo operaio, è ancora tutta da fare e molto ci sarà da lavorare su questa materia. Ma politicamente i suoi processi di fondo sono abbastanza chiari. Che la vittoria della socialdemocrazia sia una sconfitta della classe operaia, nessuno lo può negare. Che questa sconfitta non sia da addebitare agli operai stessi, è altrettanto certo: eppure troverete pochi disposti ad ammetterlo. E si capisce perché. Se non vi sono stati grossi errori direttamente operai, questi grossi errori ricadono dunque tutti sulla testa dei loro capi. Se non è stata la classe, nella sua spontaneità obbligata, ad aver sbagliato il segno della lotta contro la socialdemocrazia, questo segno l’hanno dunque sbagliato quelli che dovevano funzionare come organizzatori di questa lotta e tra questi, secondo noi, anche autentici dirigenti operai e provati rivoluzionari. È necessaria oggi, in questa chiave, una critica profonda e serrata di tutte le posizioni di sinistra storica del movimento operaio internazionale, alle quali va lanciata l’accusa di non aver ostacolato, ma favorito la marcia della socialdemocrazia. La stessa prima risposta bolscevica va coinvolta in questa critica. Non è certo un caso che, quando il movimento comunista ha vinto in alcuni punti, le posizioni di sinistra abbiano commesso nei suoi confronti gli stessi errori di sempre. Sono state semplicemente rovesciate, senza distruggerle, le posizioni di destra. A chi della tattica quotidiana faceva una strategia di lungo periodo, si rispondeva facendo della strategia di lungo periodo una tattica quotidiana. A un falso realismo della pratica si contrapponevano fasulle teorizzazioni astratte. Per negare il movimento di popolo ci si chiudeva nell’isolamento di gruppo. I partiti storici hanno avuto vita facile perché alla loro sinistra ci sono sempre stati e ci sono dei chiacchieroni alla Zarathustra, che vanno promettendo in giro di annichilire il mondo, ma chiedetegli come si fa a togliere la polvere dagli antichi libri sacri e non ve lo sanno dire. Gli operai nel frattempo hanno imparato che quando alla brutalità del compromesso con l’avversario si risponde con il cartismo della forza morale, nell’uno e nell’altro caso non è certo di loro che si tratta, del loro interesse di parte, della loro guerra di classe. Quegli stessi operai avevano preso la guida dell’insurrezione, quando s’era trattato di battere sul campo la prospettiva riformista, che sembrava anche allora invincibile appunto perché aveva vinto in altri paesi ben più avanzati. È vero che in quel caso, insieme a loro, alla guida dell’insurrezione, c’era Lenin. E Lenin, unico tra i capi della rivoluzione in Europa, aveva tenuto sempre fede a un principio elementare della prassi sovversiva, a quello che era per lui un comando della pratica: non lasciare mai il partito nelle mani di chi ce l’ha. Aveva capito, lavorando e studiando, che anche per la Russia del tempo il nodo da sciogliere era il partito. Dentro e fuori di esso, in maggioranza e in minoranza, senza escludere nessun mezzo che servisse allo scopo, la lotta di partito, la lotta aperta per la direzione dell’organizzazione, è il filo rosso che attraversa la vita e l’opera di Lenin e le porta entrambe alla resa dei conti del ’17. Allora, per uno di quei miracoli che sono tali solo per chi non conosce le leggi dell’azione, ecco che al momento giusto il partito si trova nelle mani giuste. «Il 6 novembre è presto, l’8 novembre è tardi»: questa parola d’ordine che a lungo rimarrà il modello di ogni scelta rivoluzionaria, diventava possibile in quel punto, con quelle forze, per quegli obiettivi. Noi pensiamo che questo modello dell’iniziativa leninista sia una lezione che dobbiamo ancora imparare. Bisognerà frequentare ogni giorno questa scuola, e lì crescere, lì prepararsi, finché non saremo arri vati a leggere direttamente nelle cose senza la sporca mediazione dei libri, finché non saremo diventati capaci di spostare con la violenza i fatti senza le vigliaccherie dell’intellettuale contemplatore. Impareremo così che la tattica non è scritta una volta per tutte sulle tavole della legge: è invenzione quotidiana, è aderenza alle cose reali e al tempo stesso libertà dalle idee-guida, una specie di immaginazione produttiva che sola riesce a far funzionare il pensiero in mezzo ai fatti, e il vero passare a fare, ma solo per chi sa che cosa fare.

ISBN: 88-88738-17-2
PAGINE: 320
ANNO: 2013
COLLANA: Biblioteca dell'operaismo
TEMA: Anni Settanta, Economia e lavoro, Filosofia
Autore

Mario Tronti

Mario Tronti
Mario Tronti (1931) è uomo politico, filosofo e scrittore. Negli anni Cinquanta aderisce al Partito comunista italiano. Nella sua riflessione intellettuale accoglie e rielabora politicamente la grande cultura della crisi novecentesca. Con Raniero Panzieri anima la rivista «Quaderni Rossi». Dirige poi «Classe Operaia». Partecipa a «Contropiano». Fonda «Laboratorio politico». Tra gli ultimi suoi libri: Con le spalle al futuro (Editori Riuniti, 1992) e La politica al tramonto (Einaudi, 1998).
RASSEGNA STAMPA

Audio della presentazione di Operai e capitale, 22 novembre 2013

Registrazione della presentazione della nuova edizione di Operai e capitale di Mario Tronti, svoltasi il 22 novembre alla libreria Feltrinellli di via Vittorio Emanuele Orlando, Roma. Interventi di Nicolas Martino, Dario Gentili e Mario Tronti.

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La differenza dell'operaismo

Articolo di Nicolas Martino a partire dal libro di Mario Tronti, "Operai e capitale", da Alfabeta2, n. 33, novembre-dicembre 2013 

 

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«La Repubblica», 29/09, intervista di Antonio Gnoli

«Sono uno sconfitto, non un vinto». Intervista a Mario Tronti

Sotto la suola delle sue scarpe è ancora riconoscibile il fango della storia. "È tutto ciò che resta. Miscuglio di paglia e sterco con cui ci siamo illusi di erigere cattedrali al sogno operaio ". Ecco un uomo, mi dico, intriso di una coerenza che sfonda in una malinconia senza sbavature. È Mario Tronti, il più illustre tra i teorici dell'operaismo. Ha da poco finito di scrivere un libro su ciò che è stato il suo pensiero, come si è trasformato e ciò che è oggi. Non so chi lo pubblicherà (mi auguro un buon editore). Vi leggo una profonda disperazione. Come un diario di sconfitte scandito sulla lunga agonia del passato che non passa mai del tutto, che non muore definitivamente. Ma che non serve più. 

mario_tronti_1"Sono gli altri che ti tengono in vita", dice ironico. Quando la vita, magari, richiede altre prove, altre scelte. Forse è per questo, si lascia sfuggire, che ha cercato un diversivo nella pratica del Tai Chi: "I gesti di quella tecnica orientale rivelano, nella loro lentezza, un'armonia segreta. Tutto si concentra nel respiro. L'ho praticato per un po'. Con curiosità e attenzione. Ma alla fine mi sentivo inadatto. Fuori posto. L'Oriente esige una mente capace di creare il vuoto. La mia vive di tutto il pieno che ho accumulato nel tempo".

Come è nata la curiosità per il Tai Chi? "Grazie a mia figlia che ama e pratica la cultura orientale. Avrebbe voluto farsi monaca, poi ha scelto con la stessa profonda coerenza quel mondo che io ho solo sfiorato".

E come ha vissuto quella decisione familiare? "Con il rispetto che occorre in tutte le cose che ci riguardano e ci toccano da vicino".

C'è un elemento di imprevedibilità nei figli? "C'è sempre: negli individui, come nella storia".

Si aspettava che la storia  -  la sua intendo  -  sarebbe finita così? "Ci si aspetta sempre il meglio. Poi giungono le verifiche. Sbattere contro i fatti senza l'airbag può far male. Sono stato comunista, marxista, operaista. Qualcosa è caduto. Qualcosa è rimasto. Ho capito e applicato la lezione del realismo politico: non si può prescindere dai fatti".

E i fatti parlano oggi di una grande crisi. "Grande e lunga. Ci riguarda, a livelli diversi, un po' tutti. Dura da almeno sette anni e non c'è nessuno in grado di dire come se ne uscirà. Viviamo un tempo senza epoca".

Cosa vuol dire? "C'è il nostro tempo, manca però l'epoca: quella fase che si solleva e rimane per il futuro. La storia è diventata piccola, prevale la cronaca quotidiana: il chiacchiericcio, il lamento, le banalità".

L'epoca è il tempo accelerato con il pensiero. "Non solo. È il tempo che fa passi da gigante. Si verifica quando accadono cose che trasformano visibilmente i nostri mondi vitali".

Nostalgia delle rivoluzioni? "No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni. Ma non solo. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo più nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto".

Quando termina l'esplosione di creatività? "Negli anni Sessanta".

I suoi anni d'oro. "Ironie della storia. C'è stato un grande Novecento e un piccolo Novecento fatto di una coscienza che non è più in grado di riflettere su di sé".

È un addio all'idea di progresso? "Il progressismo è oggi la cosa più lontana da me. Respingo l'idea che quanto avviene di nuovo è sempre meglio e più avanzato di ciò che c'era prima".

Fu una delle fedi incrollabili del marxismo. "Fu la falsa sicurezza di pensare che la sconfitta fosse solo un episodio. Perché intanto, si pensava, la storia è dalla nostra parte".

E invece? "Si è visto come è andata, no?".

Si sente sconfitto o fallito? "Sono uno sconfitto, non un vinto. Le vittorie non sono mai definitive. Però abbiamo perso non una battaglia ma la guerra del '900".

E chi ha prevalso? "Il capitalismo. Ma senza più lotta di classe, senza avversario, ha smarrito la vitalità. È diventato qualcosa di mostruoso".

Si riconosce una certa dose di superbia intellettuale? "La riconosco, ma non è poi una così brutta cosa. La superbia offre lucidità, distacco, forza di intervento sulle cose. Meglio comunque della rinuncia a capire. In tutto questo gran casino vorrei salvare il punto di vista ".

Il punto di vista? "Sì, non riesco a mettermi sul piano dell'interesse generale. Sono stato e resto un pensatore di parte".

Quando ha scoperto la sua parte? "Ero giovanissimo. Alcuni l'attribuiscono al mio operaismo degli anni Sessanta. Vedo in giro anche degli studi che descrivono il mio percorso".

In un libro di Franco Milanesi su di lei  -  non a caso intitolato Nel Novecento ( ed. Mimesis)  -  si descrive il suo pensiero. Quando nasce? "Ancor prima dell'operaismo sono stato comunista. Un padre stalinista, una famiglia allargata, il mondo della buona periferia urbana. Sono le mie radici".

In quale quartiere di Roma è nato? "Ostiense che era un po' Testaccio. Ricordo i mercati generali. I cassisti che vi lavoravano. Non era classe operaia, ma popolo. Sono dentro quella storia lì. Poi è arrivata la riflessione intellettuale".

Chi sono stati i referenti? Chi le ha aperto, come si dice, gli occhi? "Dico spesso: noi siamo una generazione senza maestri ".

Lei è stato, a suo modo, un maestro. "Trova?".

operaiecapitale COPOperai e capitale , il suo libro più noto, ha avuto un'influenza molto grande. Lo pubblicò Einaudi. Cosa ricorda? "Fu un caso fortunoso. Non avevo rapporti con la casa editrice torinese. Mi venne in mente di inviare il manoscritto senza immaginare nessuna accoglienza positiva. So che ci fu una grossa discussione e molti dissensi tra cui, fortissimo, quello di Bobbio".

Era prevedibile. "Assolutamente, viste le posizioni. A quel punto scrissi direttamente a Giulio Einaudi spiegando quale fosse il senso del mio libro".

E lui? "Lo comprese pienamente. Contro il parere di quasi tutta la redazione si impuntò e il libro venne pubblicato. L'edizione andò rapidamente esaurita. Era il 1966. Avevo 35 anni. Quel testo, poi rivisto con l'aggiunta di un poscritto, ancora oggi gira per il mondo".

Ne è soddisfatto? "È un libro nel quale sono tutt'ora rimasto intrappolato. Per la gente rimango ancora quella roba lì. È difficile far capire che, nel frattempo, sono cambiato. Pensano che sia restato l'operaista di una volta".

Non è così? "L'operaismo per me ricoprì una stagione brevissima. Poi è iniziata quella, maledetta da tutti, dell'autonomia del politico".

Maledetta perché? "Mi resi ostile anche alle generazioni post-operaiste ".

Allude al Sessantotto? "Lì ha inizio il piccolo Novecento. Dove è cominciata la deriva".

Fu un grande equivoco? "Ammettiamolo: fu un fatto generazionale, antipatriarcale e libertario. Non sono mai stato un libertario".

Dove ha fallito il '68? "C'è stata una doppia strada, entrambe sbagliate. Da un lato si è radicalizzato in modo inutile e perdente giungendo al terrorismo. Per me che sono appassionato del tragico nella storia lì ho visto l'inutilità e l'insensatezza della tragedia".

E dall'altro? "Alla fine il '68 fu il grande ricambio della classe dirigente. La corsa a imbucarsi nell'establishment".

Niente male come ironia della storia. "Sono i suoi paradossi e le sue imprevedibilità".

E il mito della classe operaia? La "rude razza pagana" come disse e scrisse. "Non era certo quella che noi pensavamo. Gli operai volevano l'aumento salariale, mica la rivoluzione. Fu una delle ragioni che mi spinsero a scoprire le virtù del realismo politico".

Fu un addio alle illusioni? "Vedevamo rosso. Ma non era il rosso dell'alba, bensì quello del tramonto".

Dove si colloca lo "sconfitto" Mario Tronti? "Sono un uomo fuori da questo tempo. Ho sempre condiviso la tesi del vecchio Hegel che un uomo somiglia più al proprio tempo che al proprio padre. Il mio tempo è stato il mondo di ieri: il Novecento. Che comunque non sarà mai la casa di riposo per anime belle ".

Con quale riverbero affettivo lo ricorda? "La mia tonalità è oggi quella di una serena disperazione. Forse per questo motivo non vado quasi mai a incontri pubblici. È troppo patetico andare in giro per parlare di quel mondo. E poi, dico la verità, la sua fine non è all'altezza della sua storia. Non c'è niente di tragico ".

Lei è passato dall'operaismo a Machiavelli e Hobbes e ora alla teologia politica, ai profeti, alla figura di Paolo. "Se me lo avessero pronosticato trent'anni fa non ci avrei creduto. Però, vede, Paolo è stato il grande politico del cristianesimo. Nelle sue Lettere c'è il Che fare? di Lenin. Guardo molto alla dimensione cattolica, al suo aspetto istituzionale. C'è forza e lunga durata".

L'accusano di flirtare un po' troppo con il pensiero reazionario. "Dal punto di vista intellettuale trovo molto stimolante l'orizzonte che comprende figure come Taubes, Warburg, Benjamin, Kojève, Rosenzweig. Una costellazione anomala e irriferibile alla tradizione ortodossa. Uomini postumi".

Lo chiamerebbe eclettismo? "Non lo è. Prendo quello che mi serve. La mia bussola mentale è molto spregiudicata. Mi chiedeva del pensiero reazionario. Ebbene, non rinuncio ai filosofi della restaurazione se mi fanno capire la rivoluzione francese molto più degli illuministi".

Si sente ancora un uomo di sinistra? "È una bella contraddizione, me ne rendo conto. Ma come potrei essere di sinistra con il pessimismo antropologico che ricavo dal mio realismo? Dichiararsi illuministi, storicisti, positivisti  -  come fa in qualche modo la sinistra  -  è illudersi che i problemi che abbiamo di fronte siano semplici".

Dove si collocherebbe oggi? "Dalla parte sconfitta. In un senso benjaminiano. Ha presente la figura dell'Angelo? Egli guarda indietro con le ali che si impigliano nella tempesta".

È una bella immagine. Fa pensare al Dio terribile e inclemente della Bibbia. Lei in cosa crede o ha creduto? "A chi divide il mondo fra credenti e non, rispondo che non sono né l'una cosa né l'altra. Sto, per così dire, su di una specie di confine che ha ben descritto Simone Weil: non attraversare, ma non tornare neppure indietro. Al tempo stesso, penso che il "legno storto" dell'umano per sopravvivere abbia bisogno di qualche forma di fede".

E lei l'ha incontrata? "In un certo senso sono stato credente anch'io. Ho creduto che si poteva abbattere il capitalismo, fare il socialismo e poi il comunismo. Niente di tutto questo aveva la benché minima parvenza scientifica".

Non è rimasto niente di quella fede? "Sono più cauto. Avverto molto chiaramente il nesso tra realismo e passione. Il realismo da solo è opportunismo, puro adattamento alla realtà. Per correggere questa visione occorre una forma di passione.

Viviamo il tempo delle passioni tristi e spente. "Tristi, certamente. Ma non spente del tutto. Il guaio è che oggi la storia non si controlla".

Ossia? "La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del '900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente".

Le sue preoccupazioni sembrano quelle di un uomo superato. "In un certo senso è così. Ma non mi preoccupo. Perché dovrei? Ricordo certi vecchi che in prossimità della morte dicevano: purtroppo me ne devo andare. Mio padre credeva in un mondo migliore. Avrebbe voluto vederlo. Beato lui. Io dico ai giovani: meno male che non ho la vostra età. E sono contento che tra un po' non vedrò più questo mondo. Questo dico".

Non si aspetta altro? "Il futuro è tutto catturato nel presente. Non è possibile immaginare niente che non sia la continuazione del nostro oggi. Questo è l'eterno presente di cui si parla. E allora ben lieto di essere superato. Mi consola sapere che chi corre non pensa. Pensa solo chi cammina".

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Mario Tronti

Operai e capitale

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