Daddo e Paolo

«Una fotografia “risolta”, che lascia a chi guarda uno spazio per il pensiero».

Antonello Frongia

Daddo e Paolo

L’inizio della grande rivolta. Roma, piazza Indipendenza, 2 febbraio 1977

Aa. Vv.

Daddo e Paolo
€17,00
€20,00
Lista dei desideri

Il primo febbraio 1977 un gruppo di neofascisti fa un’incursione all’università di Roma, sparando. Uno studente rimane gravemente ferito. L’università viene occupata. Il giorno successivo, nel corso di un corteo, la sede dei giovani neofascisti di via Sommacampagna viene data alle fiamme. Poco dopo, a piazza Indipendenza, intervengono le squadre speciali della polizia che disperdono il corteo con raffiche di mitra. Cadono a terra feriti Paolo Tommasini e Leonardo (Daddo) Fortuna che, armati, avevano risposto al fuoco pensando si trattasse di neofascisti. Il primo a cadere, colpito alle gambe, è Paolo. Daddo torna indietro e cerca di portarlo via ma viene a sua volta ferito.

Quel drammatico evento – che ha segnato l’avvio della grande rivolta del Movimento del ’77 – fu immortalato con alcuni scatti dal fotografo Tano D’Amico che li custodì in segreto per i successivi vent’anni. Quegli scatti (uno in particolare) ritraggono un gesto di straordinaria generosità, la medesima che ha attraversato e alimentato i sentimenti e i comportamenti di tutti coloro che hanno preso parte a quel Movimento. Di fatto, quell’immagine rappresenta l’esatto rovescio di quella scattata in occasione di un altro scontro a fuoco tra manifestanti e polizia: quello di via De Amicis a Milano, il 14 maggio dello stesso anno. Un’immagine al centro di un altro libro edito dalla nostra casa editrice (Storia di una foto. La costruzione dell’immagine icona degli anni di piombo).
Anche questo libro raccoglie una ricca documentazione iconografica di più autori, testi estratti dagli atti giudiziari, documenti politici dell’epoca, saggi di studiosi della comunicazione, testimonianze di alcuni protagonisti.
Leonardo Fortuna (Daddo), scomparso nella scorsa primavera, ha lavorato molti anni per il quotidiano «il manifesto» ed è stato tra i fondatori della nostra casa editrice.


Un assaggio

Pagherete caro, pagherete tutto Il 2 febbraio 1977 a Roma, durante una manifestazione contro l’aggressione fascista del giorno precedente all’università in cui era rimasto ferito uno studente, Guido Bellachioma, colpito da un proiettile alla testa, a piazza Indipendenza c’è una sparatoria. Cadono a terra, feriti, due militanti di sinistra – Leonardo (Daddo) Fortuna e Paolo Tomassini – e un poliziotto, Domenico Arboletti. Nessuno ha visto esattamente che cosa sia accaduto, nessuno sa precisamente come si siano svolti i fatti. C’è del sangue sull’asfalto, e i feriti sono in gravi condizioni. C’è qualche immagine dei momenti prima della sparatoria, dell’assalto alla sede squadrista del Msi di via Sommacampagna, che è stata devastata e bruciata per ritorsione del ferimento di Bellachioma, a cui ha partecipato un nutrito numero di militanti, e ci sono immagini dei momenti dopo la sparatoria – i due militanti, coscienti, che perdono sangue, dalle gambe, dalla spalla, e l’agente privo di sensi, colpito alla testa. Queste cose si vedono, si sanno. E vengono quasi immediatamente raccontate, pubblicate. Ma nessuno ha visto come sia accaduto. Nessuno ha contezza precisa della sequenza dei fatti nella piazza, nessuno può raccontare nei dettagli il momento della sparatoria. Non lo sanno i manifestanti, non lo sanno i poliziotti, non lo sanno quelli che stavano «sopra» la manifestazione, pur godendo di una postazione privilegiata, affacciati alle finestre del nuovo giornale di Eugenio Scafari, «la Repubblica». Come in un film di Kurosawa, ognuno può raccontare la propria verità senza essere smentito, ognuno può dire quello che ha visto senza che sia proprio quello che ha visto un altro. Solo questa foto, queste due foto, con Daddo che torna indietro a prendersi il compagno già colpito alle gambe, raccoglie la pistola di Paolo e cerca di andare via da quell’inferno potrebbe fare luce. Potrebbe spiegare incontrovertibilmente. Ma queste immagini scompaiono. Scompaiono non per nascondere la verità, ma per consentire la verità. La verità del movimento politico di quei giorni è questa: due giovani militanti di sinistra sono stati feriti da poliziotti che potevano sembrare fascisti, che avevano aperto il fuoco, e da cui si erano difesi. Sono innocenti e antifascisti. Sono innocenti perché antifascisti. Questa è la verità del movimento, che consente una difesa immediata e una rivendicazione di Paolo e Daddo. Senza se e senza ma, il movimento reagisce immediatamente dilatando ancora di più la protesta: non se ne può più dei fascisti che sparano impunemente, non se ne può più dei poliziotti travestiti che bazzicano le piazze impunemente. L’una e l’altra cosa sono comunque vere – quanto sia vero il mimetismo dei poliziotti in piazza, diventerà scandalo pubblico il giorno dell’assassinio di Giorgiana Masi e delle foto degli agenti di Cossiga mascherati da manifestanti con la pistola in pugno – e l’opinione democratica non può che schierarsi con la verità del movimento. La protesta si carica d’indignazione e dilaga: alla manifestazione per chiedere la libertà di Paolo e Daddo saranno in trentamila. Perché il nascondimento di questa foto, di queste foto consente questa verità, questa indignazione, questa risposta di movimento? Perché lì si sarebbe visto con chiarezza che Paolo e Daddo in piazza c’erano andati armati. E non è che uno va armato in piazza Indipendenza per sparare agli storni, che pure tanto fastidio danno. Però, il movimento di quei giorni – e men che mai l’opinione pubblica democratica – non può legittimare politicamente con il suo sostegno, pubblicamente con la sua difesa che in piazza si vada armati. Non c’è ancora la legittimazione politica delle armi in piazza – e d’altronde non ci sarà mai un sostegno convinto e aperto, tranne i veri e propri momenti insurrezionali come l’11 marzo a Bologna e il 12 marzo a Roma. A volte sarà vissuto come una prevaricazione, a volte come una benedizione. Ma questo era stato, era e sarà sempre il maledetto rapporto fra iniziative soggettive di gruppi e intelligenza e sapienza collettive, generali. Il movimento quando si spaccherà, quando imploderà e ripiegherà non sarà certo per la questione delle armi o della violenza. Chi racconta questo dice una palese falsità: il livello dello scontro, la sopravvivenza stessa del conflitto, comprendeva le armi. Fosse per l’urgenza dell’insurrezione o per la lunga marcia della rivoluzione, per la guerriglia rivoluzionaria o l’esercito del popolo, era coscienza comune e condivisa che qualunque fosse stato il passaggio sarebbe stato violento, armato. Lo Stato e le sue bande armate, in divisa o clandestine, non sarebbero rimasti con le mani in mano, erano già all’opera, senza pietà. Le armi ci sono, e girano nel movimento. Anzi, armarsi è proprio un carattere distintivo, un togliere ambiguità al discorso della violenza di classe e condurlo a una sua concretezza, a una sua realtà. Tra il 1972 e il 1976 non s’è fatto altro che accumulare pistole e inguattarle, rapinando armerie, rubandole ai vigilantes, sottraendole nelle case dove si sapeva ci fossero, comprandole al mercato nero. Servono per l’antifascismo, servono per punire i capetti, per copertura durante qualche azione di propaganda contro apparati dello Stato o rappresentanze del capitalismo, serviranno per la rivoluzione e il comunismo, chissà mai. Paolo e Daddo sono fra quelli che le armi ce l’hanno. E le portano in piazza. D’altra parte, però, armarsi non è tutto, le armi non sono tutto; questo dell’impugnare le armi come questione principale, è il discorso brigatista. E se in tutta Italia una dozzina di brigatisti clandestini magari ci sono, a Roma proprio non ce n’è traccia. A Roma non si può essere brigatisti, non ha proprio senso con quel po’ po’ di movimento che c’è. Le lotte per il diritto alla casa, per un servizio sanitario sempre più accessibile, per l’autoriduzione delle bollette, per l’istruzione scolastica e universitaria sempre più ampia, hanno sedimentato una forza e una coscienza proletaria enorme. Il comunismo – o quel che l’è il diritto a vedere soddisfatti i propri bisogni, a prendersi le cose secondo i propri desideri – non è roba di sol dell’avvenire, è qui e ora. È il movimento del Settantasette in realtà che non c’è ancora. In tutta Italia è partita la protesta contro la riforma Malfatti dell’Università, che vede insieme studenti e ricercatori, ma non c’è la scintilla che darà fuoco alla prateria. Il movimento è in realtà costituito ancora per lo più da strutture organizzate sul territorio, da nuclei della ex sinistra extraparlamentare attraversata dalla propria crisi che va liberando forze. Solo queste strutture sanno esattamente – o hanno tutti gli strumenti per ricostruire l’episodio – cosa è accaduto. Ma non lo sbandierano ai quattro venti, non ne fanno la linea di distinzione, di rivendicazione. L’unica linea rossa che può consentire una reazione spontanea di difesa, una chiamata di appartenenza è l’antifascismo. C’è stato l’episodio dell’aggressione alla Sapienza, con un gruppo di fascisti che ha sparato dentro l’università ferendo uno studente. È una cosa abnorme, inaudita, minacciosa, che non può essere liquidata come uno scontro tra bande, ed evoca un passato terribile, uno squadrismo spaventevole. Se fosse passato impunemente, sarebbe stato un punto di non ritorno. Questa è la difesa che il movimento fa di Paolo e Daddo. Scorrono così l’una a fianco dell’altra due storie parallele: due giovani antifascisti, aggrediti, innocenti; due provocatori armati in piazza. In mezzo, questa foto. […] Gli amici di Daddo: Claudio, Giancarlo, Lanfranco, Turi.

ISBN: 978-88-6548-043-4
PAGINE: 168
ANNO: 2012
COLLANA: Fotografiche
TEMA: Anni Settanta
RASSEGNA STAMPA

"Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" da Sololibri.net

Recensione di Mario Bonanno a "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - da Sololibri.net, 31 marzo 2012

  Vai all'articolo

Video intervento di Paolo Virno su "Daddo e Paolo"

Video intervento di Paolo Virno sugli anni Settanta e su "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - da Youtube, 28 marzo 2012

  Vai al video

Video intervento di Lanfranco Caminiti su "Daddo e Paolo"

Video intervento di Lanfranco Caminiti sugli anni Settanta e su "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - da Youtube, 28 marzo 2012

  Vai al video

"Il fotografo non è un educatore" da Alfabeta2

Recensione di Antonello Frongia a "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - da Alfabeta2, maggio 2012

  Vai all'articolo

"Due fotogrammi sospesi nel tempo" dal Manifesto

Recensione di Marco Guarella a "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - dal Manifesto, 19 aprile  2012

  Vai all'articolo

Libri & Conflitti. Recensione a "Daddo e Paolo"

Recensione di Isabella Borghese a "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - da Controlacrisi.org, 16 giugno 2012

  Vai all'articolo

"Le pistole e il 77"

Recensione di Maria Simonetti a "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - da L'Espresso Online, 22 giugno 2012

  Vai all'articolo

"Epica di un'amicizia armata" da Repubblica.it

Recensione di Michele Smargiassi a "Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta" - da Repubblica.it, 04 maggio 2012

    Vai all'articolo


STESSO TEMA