Partita a pugni

«Un viaggio nel mondo della boxe»

Partita a pugni

Indagine per parole, immagini e smash nel pugilato italiano

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Partita a pugni
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Lontano delle luci della ribalta, ma bene in vista quando se ne offre l’occasione d’un richiamo da cronaca nera, il pugilato è spesso sport sommerso. Sport popolare per eccellenza, scarso di mezzi e finanziamenti, ad animarlo sono personaggi particolari, tenaci o disincantati, tosti ma mai disperati: vecchi maestri e allenatori ruzzicosi, incalliti aficionados, mancate soubrettes, arbitri impostati e gente di periferia, acerbi o improbabili campioni.
E basta varcare la soglia di una palestra di pugilato, per immergersi negli umori di uno sport come questo, olimpico per elezione, che da tempo ha però scazzottato ogni ispirazione decoubertiana. Nessuno sale sul ring “per partecipare”, e disciplina o sudore, abnegazione e sacrifici, ore ore passate in guanti a scansare l’onda del sacco, hanno poco del piacere disimpegnato o dell’intervallo da fitness.
Partita a pugni è dunque un viaggio tra le ostinate ragioni di chi continua ad amare questo sport e a riporre in esso il sogno e la sfida. Di chi continua a inseguire un mestiere e a fuggire la maledizione d’un lavoro, dandoci dentro di destro e sinistro, tra fotogrammi di film in bianconero o magari qualche nota musicale lasciata in eredità dagli anni sessanta. A commento delle foto di Stefano Montesi, Claudio D’Aguanno ha posto una didascalia letteraria dedicata alla boxe, scovata tra le pieghe di una vastissima produzione che va dal Leopardi al Pasolini meno noto ma che gioca d’incontro con citazioni d’Ariosto e Boccaccio, Belli e Porta, Gadda o Bianciardi.


Un assaggio

Dall’Introduzione di Claudio D’Aguanno

“Ladies and Gentlemen, Dames et Messieurs, Signore e…”. La voce brillantinata e piaciona dello speaker esce dalle casse confortata da decibel senza graffi. Fa fatica a farsi largo tra brusii e caciarate, tra urla ultrà e rumbe sparse sulle gradinate. Ma per “l’arispettabile pubblico” vale quanto l’oremus d’un prete che azzitta tutti, anche quando zagaglia ardita tra congiuntivi ingarellati d’imperfetto passato assieme a un sacco di cioè. Ancora una manciata di secondi e tutto l’ambaradam della serata comincia a farsi scena sul quadrilatero dalle sedici corde. Nel parterre invitati d’eccellenza, facce da rotocalco, volti ripuliti mischiati agli sguardi paini degli avvelenati del ko. Qualcuno mima l’ultimo scambio ripassato allo specchio, pronto a strillarlo per suggerimento al pugile amico apparecchiato dal programma come pietanza di contorno nel sottoclou. Qualcun altro fila l’imbocco del tunnel da dove spunta già la truppa dei paladini e degli infedeli. Ecco Ruggero e Ferraù, ecco un Rinaldo sudato con la cresta impomatata bello pronto alla disfida con Sacripante l’ingrifato. E poi voci lunfarde che invocano Emanuele accompagnato da ser Luciano da Fiumicino o quel tosto duro d’un Daniele di San Basilio detto Bucetto coi suoi secondi, Sergio e Carlo, invitti per spirito e per sana tigna borgatara. Negli spogliatoi qualche Mandricardo di periferia o un Oliviero messo al meglio cercano concentrazione, mentre un paio di metri di fianco una Bradamante riccia e nera scalda le braccia, ruota il collo e scanotta allegra con i colori della sua palestra. Si chiama Mina, ha pelle abissina e qualche avo perso sulle montagne del Tigrai, abita al Quadraro e dicono porti colpi gagliardi. Intanto, nell’arena principale sotto i riflettori, gran traffico di taccuini aperti, divise d’arbitro a papillon stirato e sedie occupate da addetti con l’accredito, suonatori di campana e cantori di gazzette cittadine, insegnanti allertati tra secchio spugna e parenti sempre presenti. Un cutman in guanti bianchi s’accomoda di lato al commissario di riunione sulla linea del consiglio degli anziani del bordo ring. Olga e Marika, le card-girl venute dall’est, scosciano tranquille riparate dietro il cartello con in vista il numero del round. Olga di mestiere lavora in un night, una foto sua in calzoncini griffati knock out, bella in posa a grandangolo sul didietro, è finita su “Asalto”, la Meca del Boxeo en espanol, e qui schiocca fischi e proposte per svoltare la serata. In giro stacca la sagoma di Marcello Champion d’Acilia che rimane er più in tante cose ma soprattutto quando si tratta di attrezzare casting location con i controcazzi. Una volta con Alessia oltre Monya e la blondie Katrin fece un’imbarcata di cubiste, un’altra ti piazzò in passerella quel maracanà do cacao meravillao, l’ultima uscita in piazza Navona dirigeva un traffico da paura con i prima serie in canotta, i loro insegnanti in overdose d’adrenalina, gli arbitri strapazzati dalla claque ostile e ben quattro miss da mandare a spasso nel quadrilatero. Tutt’altra faccia invece, da traccagno todesco buttato nell’arena, c’ha Mario, 46 incontri al netto di 41 sconfitte e quattro nulli, zero chanche, zero per una carriera da sacco certificata all’anagrafe. “Niente da di’ per carità d’iddio ma vorrei tanto conosce chi è l’unico che j’è toccato da mette’ longo”, cazzeggia un maestro smagato e vecchio dell’ambiente. Freme in piedi, Mario, col nome scritto a pennarello sulla canotta e se ne sta manzo sotto la scaletta, confortato dal soigneur transalpino preso in prestito dal match successivo. “Garde moi mec p’t être ‘l est fausse… bon tu va, fa’ attention, march’a gauche”, gli parla argot stretto l’avvocato d’ufficio, mentre Mario pensa alla borsa, ai cazzotti da schivare, a quanti minuti deve durare per soddisfare il rivale senza scazzare la platea e imbertare magari un’altra chiamata per il prossimo fine settimana dalle parti di Ceccano, di Scandicci o Serravalle Scrivia, in qualcuno insomma degli angoli sparsi von scheißeort Europa. è il classico good turkey il tedescotto di Berlino, numero 919 nel rating mondiale dei medi, di quelli sempre disponibili a incicciottare sotto natale, ma foss’anche a pasqua o epifania, il record del cocco della colonia di casa. In classifica non è manco l’ultimo. Dopo di lui brillano una carrettata di sudamericani e africani, bidoni made in Usa, baldi losers da 160 libre che rispondono ai nomi di Nelson Smoking Browning, Lawrence Frisby o del più improbabile gringo delle pampas Carlos Alberto Cerdan alias El Mono. Ma Mario è un’altra camminata e per du’ tre piotte di borsa, quando ti serve, anche all’ultimo momento per metter toppa a una rinuncia improvvisa, come lo chiami arriva. D’estate te lo trovi pure per piazze di paese accompagnato dalla moglie e dal ragazzino che chiude l’occhi quando il padre scaglia ma che, come stacca dal match, è il primo a dargli una mano, lesto a raccattare i ferri del mestiere e a buttare nel fondo del saccone, sotto guanti da passata e da combattimento marca leone, tra corde e paradenti incartati nelle bende, assieme alle bocce d’olio canforato targate sarajevo e ‘sciugamani upim strizzati di sudore, tutta quella malinconia strana dei peones del ring pagati per non vincere mai.

ISBN: 88-88738-15-6
PAGINE: 132
ANNO: 2006
COLLANA: Fotografiche
TEMA: Sport ma non solo
Autori

Claudio D'Aguanno

Claudio D’Aguanno
Claudio D'Aguanno è nato a Roma nel gennaio del 1953, a metà strada tra il Tevere e la Garbatella dove abita da 40 e passa primavere. Come giornalista vanta precedenti su testate come «Paese Sera», «il Manifesto», «l'Unità», «Accattone», dove si è occupato di boxe, calcio di periferia e ciclismo dei tempi andati. Per DeriveApprodi è co-autore di Daddo e Paolo e Le polaroid di Moro, oltre ad aver collaborato al libro Settantasette. La rivoluzione che viene.

Stefano Montesi

Stefano Montesi è nato e vive a Roma. Fotografo dal 1978, si occupa prevalentemente di fotografia sociale. Lavora per varie testate e periodici. È il fotografo della Caritas diocesana di Roma.

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