Perché non ci odiano

«Un’analisi sul presunto scontro Occidente-Oriente e sulle verità celate»

Perché non ci odiano

La vera storia dello scontro di civiltà

Perché non ci odiano
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Dopo svariati decenni di retorica politica siamo finalmente arrivati allo scontro di civiltà. Il mondo diviso in due vede schierate, da un lato, le forze del bene – coalizzate per la difesa della libertà e della democrazia – e, dall’altro, l’asse del male – un’alleanza tra integralisti religiosi decisi a riportare al medioevo le lancette della storia. L’Occidente democratico e l’Oriente musulmano non sono mai stati tanto distanti.
Si è fatto di tutto per convincerci che le cose stanno così: esperti, strateghi, giornalisti, politici vanno paventando da anni l’imminente arrivo del nuovo mondo bi-polare. Ora ci siamo.
In questo saggio esaustivo sul mondo arabo-musulmano, LeVine mostra quale sia stato l’impatto della globalizzazione e delle pratiche neo-coloniali su una regione che si estende dal Nordafrica al Medioriente, smantellando i luoghi comuni e i pregiudizi che sono alla base delle analisi dei neo-conservatori americani.
La falsa contrapposizione tra «loro» e «noi» non solo è servita ad alimentare i peggiori fondamentalismi ma è stata il paravento dietro cui mascherare massacri e speculazioni economiche che continuano ad accrescere il potere e il controllo di una parte sull’altra.
Un saggio storico ed economico che è anche il diario di viaggio di un occidentale che ha scelto di rispondere alle false domande poste dall’arroganza della sua stessa cultura.
Un testo appassionante e ben scritto che, nella migliore tradizione del giornalismo d’inchiesta americano, riesce a tenere insieme un’analisi lucida e rigorosa con una scrittura scorrevole e coinvolgente.
Un libro per riflettere e discutere.


Un assaggio

Dalla prefazione all’edizione italiana

Mentre scrivo questa introduzione, l’Iraq ha da poco «festeggiato» il quarto anniversario della sua invasione e occupazione guidata dagli americani; «esperti» in materia nucleare si dicono sicuri che entro la fine di questo decennio il terrorismo di matrice islamica farà esplodere una bomba termonucleare in una delle principali città degli Stati Uniti; in gran parte del mondo, e in particolare nel Sud globale (quello che una volta veniva chiamato il «Terzo mondo» o il «mondo in via di sviluppo»), l’indice di popolarità di George W. Bush è inferiore a quello di Osama bin Laden; ma tutto ciò non ha persuaso il governo degli Stati Uniti a cambiare le sue strategie, né in Iraq né in nessun’altra regione del mondo. L’occupazione dell’Iraq e l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, che molti credono sanzionata dagli Stati Uniti, stanno lentamente ma costantemente erodendo la credibilità internazionale dell’America. Lo «scontro tra fondamentalismi» domina la scena mondiale e, mentre il massacro continua indisturbato in gran parte dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia Centrale e del Sud, la sinistra in crisi non riesce a ritagliarsi uno spazio di manovra tra i due opposti «estremismi».
Si potrebbero riempire pagine di esempi del genere, prendendo spunto dalle notizie di ieri o di domani. Cambierebbero solo i dettagli, non la forma e la sostanza. La realtà è che molta (se non la maggior parte) della popolazione mondiale non vede di buon occhio gli Stati Uniti e le sue politiche economiche, culturali e geo-strategiche. Un libro dal titolo Perché il mondo detesta l’America? è addirittura diventato un «bestseller internazionale» (o almeno così dice la sua copertina). L’antiamericanismo è a detta di molti assai diffuso in Europa e in Medio Oriente, sebbene io, da americano, non l’abbia mai avvertito sulla mia pelle nei miei numerosi viaggi in queste regioni.
A molti, dunque, il titolo di questo libro, Perché non ci odiano, sembrerà una strana scelta, vista la rabbia e l’odio che vengono spesso, o sempre (dipende in gran parte dagli autori che leggete), rivolti nei confronti degli Stati Uniti. Ma questa è esattamente la teoria che verrà esposta qui, perché sono fermamente convinto che la maggior parte di «loro» non odia affatto la maggior parte di «noi»; sono inoltre dell’idea che il concetto stesso di «noi» e «loro» sia parte del problema, visto che induce la gente a pensare che ogni tentativo di dialogo e di pacifica coesistenza sia inutile. Nelle regioni del mondo che conosco meglio, il Medio Oriente, l’Africa e l’Europa, gli individui formano e definiscono la propria identità culturale in modo assai complesso; è terribilmente superficiale parlare semplicemente di «loro» (del resto, stando agli «esperti», dopo le elezioni presidenziali americane del 2004 negli Stati Uniti esisterebbero come minimo due «noi»).
Durante i miei soggiorni nel mondo musulmano (e nella «vecchia Europa») non ho mai avuto la «fortuna» di vedere questi famigerati «loro», intenti a passare le giornate nell’odio irrazionale per gli Stati Uniti o nell’acritica denuncia delle iniziative politiche americane. Al contrario, come vedremo nelle pagine seguenti, la stragrande maggioranza della popolazione musulmana capisce benissimo l’impatto politico, culturale ed economico delle politiche americane/occidentali, parte essenziale, oggi, di quel processo che chiamiamo «globalizzazione».
Le possibilità di conoscere gli Stati Uniti e l’Europa che ha il musulmano «medio» sono in realtà assai superiori a quelle che ha l’americano «medio» di conoscere e apprezzare le culture e le società arabo-musulmane (e perfino quelle europee). Se i musulmani criticano apertamente gli Stati Uniti, o l’Occidente più in generale (che potremmo definire meglio come il «Nord globale»), ciò avviene il più delle volte in modo assolutamente legittimo e razionale (lo stesso Defense Science Board del Pentagono ha ammesso che «[loro] non odiano le nostre libertà, ma piuttosto le nostre politiche») e le loro preoccupazioni sono spesso condivise dagli stessi americani, sia di destra che di sinistra.
Moltissimi musulmani sono in realtà ben disposti a impegnarsi in un confronto aperto con le culture dei paesi occidentali, dove peraltro molti di loro risiedono; a condizione, però, di mantenere un minimo di «sicurezza» e di «autonomia» culturale, ciò che permetterebbe loro di partecipare all’economia globalizzata accrescendo, e non diminuendo, i loro standard di vita e le loro prospettive future. Le preoccupazioni degli arabo-musulmani sono poi condivise da gran parte degli europei («vecchi» e «nuovi»), come dai cittadini del «resto» del mondo (africani, sudamericani ecc.), che hanno più di una ragione, come cercherò di dimostrare in questo libro, per diffidare delle politiche degli Stati Uniti, dei loro alleati e del sistema mondiale che stanno creando. I musulmani hanno un’opinione dei terroristi (o dei leader politici terroristi – praticamente ogni Presidente, Primo ministro, re o emiro della regione) del tutto simile a quella dell’americano «medio». Al Cairo, a Karachi, a Giakarta o a Jenin, i cittadini del mondo musulmano, come del resto i cittadini di tutto il Sud globale, sono pronti a collaborare con i cittadini del Nord globale per cambiare questa situazione una volta per tutte. L’alternativa, un’eterna battaglia senza vincitori né vinti per la supremazia o per la sopravvivenza, non è sicuramente nel loro interesse.
Detto ciò, sarebbe sbagliato sostenere che il «resto» del mondo rappresenti oggi un’oasi di libertà e di sicurezza. Come sappiamo bene, il mondo musulmano è secondo solo all’Africa sub-sahariana per indici di povertà, livelli di conflitto sociale (sia all’interno dei suoi Stati che all’esterno) e mancanza di istituti democratici. Ma questi problemi, è bene sottolinearlo, non derivano esclusivamente da quanto «è andato storto» con l’Islam, e neppure dal fatto che il mondo arabo è rimasto escluso (come sostengono molti «esperti», tra cui Bernard Lewis e Irshad Manji) dai processi socio-politici e culturali degli ultimi quattro secoli – l’Illuminismo e la nascita della democrazia. Per trovarne le cause bisogna guardare invece all’età moderna: allo sviluppo del sistema mondiale e delle sue strutture economiche, politiche e culturali che hanno prodotto società segnate da disfunzioni e pesanti contraddizioni. L’Occidente, in questo caso, ha responsabilità pari a quelle dell’Islam.
In realtà, ogni patologia sociale presente nel mondo musulmano – dalle dottrine religiose ultraconservatrici cariche di odio alla glorificazione della violenza, al consumismo passivo e depoliticizzato – ha un suo equivalente nel Nord globale, in particolare negli Stati Uniti. La differenza è molto semplice: mentre «noi» possiamo permetterci di dispiegare la nostra potenza (spesso militare) per creare una via d’uscita dalle nostre situazioni di crisi, «loro» non dispongono degli stessi mezzi
Ma i musulmani non sono più disposti a soffrire in silenzio. Soprattutto in questi ultimi tempi, dominati dallo sviluppo di nuove tecnologie della comunicazione e dagli aspetti più significativi della globalizzazione – i flussi migratori, finanziari e la circolazione delle idee –, ci hanno fatto sentire forte la loro voce, costringendoci a riflettere su problemi che ci riguardano molto da vicino. Gli europei e gli americani accusano i musulmani di essere irrazionali e impulisivi (per un osservatore americano della battaglia di Claires-Chêsnes, ad esempio, nel corso della Prima guerra mondiale i soldati marocchini si facevano notare in battaglia per i loro «lamenti e le loro lacrime, [piangevano] come dei bambini»). Gli arabi e i musulmani sono spesso descritti in termini femminili, come oggetti passivi della nostra benevolenza, incapaci di pensare, pianificare e agire per ottenere la loro liberazione senza il nostro aiuto. Siamo noi gli unici in grado di «liberarli dall’oscurità», un compito che, stranamente, non riusciamo mai a portare a termine. Gran parte della colpa, naturalmente, viene addossata alla loro religione e alla loro cultura, due entità decisamente arcaiche e incapaci di mutamento
Gli Stati Uniti, con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, sono nuovamente scesi in campo per «liberare» le donne musulmane. Peccato che nel processo di liberazione molte di loro siano state uccise, assieme ai loro figli, mariti e fratelli. Sono oltre mezzo milione i morti causati da questi conflitti. Come cercherò di spiegare, questi interventi hanno generato un tale livello di confusione e di caos che è diventato praticamente impossibile, per la maggior parte di noi, capire cosa stia realmente accadendo «da quelle parti». Siamo solo in grado di ripetere che esiste uno scontro di civiltà tra un soggetto «illuminato» e democratico – gli Stati Uniti – e un «asse del male» (proprio come l’asse «italo-tedesco-giapponese» ai tempi della Seconda guerra mondiale) che minaccia tutti i valori che ci stanno più a cuore.
Ma l’asse del male non potrebbe esistere senza un «asse dell’arroganza e dell’ignoranza» che ne prepara il terreno e ne rende agevole la penetrazione nella cultura politica americana. L’asse del male, non c’è bisogno di dirlo, rappresenta un’invenzione tanto ridicola quanto utile per l’amministrazione Bush, che ne ha fatto un uso spudorato per infondere la paura nel cuore degli americani, giustificando così lo sperpero di centinaia di miliardi di dollari necessari all’invasione dell’Iraq, e preparare il paese a una «guerra senza fine», mirata a ottenere il «dominio totale» sulle risorse politiche, culturali ed economiche del mondo (o per lo meno di quella regione del mondo che ospita le ormai esigue giacenze petrolifere di facile estrazione)
Il rapporto tra l’America del dopo-11 settembre e i paesi del mondo musulmano è caratterizzato da una serie di ironiche contraddizioni: per liberare questi ultimi c’è bisogno del nostro dominio, ma dal momento che moltissimi musulmani (donne incluse) non chiedono il nostro aiuto (e non c’è da stupirsi, visto che siamo una delle cause della loro oppressione), abbiamo ricoperto le loro culture con una coltre di guerra, violenza e rabbia. Abbiamo deciso di ignorare le reali dinamiche socio-culturali e politiche di quei paesi, rendendoli «impenetrabili» ai nostri occhi e relegando il loro studio a pochi «esperti».
Ma se non siamo in grado di approfondire la nostra conoscenza, dobbiamo almeno provare a interrompere lo «scontro di civiltà», promuovendo un dialogo aperto tra culture. Noi – e in questo caso con «noi» intendo tutta l’umanità e non la singola società «americana», «occidentale» o «musulmana» – dobbiamo sollevare il velo che negli ultimi decenni ci ha reso impenetrabili le culture mediorientali e nordafricane. Per fare questo, dobbiamo rivolgerci senza tregua a chi, sia in America che nel mondo musulmano, è maggiormente esposto agli effetti più deleteri dell’«asse del male» e dello scontro di civiltà. La soluzione consiste nel fornire nuove informazioni e nuovi elementi che facciano capire chiaramente a tutti quali sono gli aspetti che accomunano «loro» a «noi», le dinamiche che contribuiscono ai cambiamenti del sistema globale e le vicende specifiche di quelle culture che stanno combattendo con ogni mezzo per ottenere e conservare un livello di autonomia e di genuino sviluppo economico-culturale.
In questo quadro, una delle tesi principali di questo libro è che il cambiamento socio-culturale in America e in Medio Oriente potrà avvenire solo grazie agli sforzi congiunti di chi è realmente preparato e interessato a sollevare il velo dell’ignoranza. Nel mondo del dopo 11 settembre, è probabilmente questo l’obiettivo più difficile da raggiungere per gli studiosi, gli artisti e i musicisti di quello che io definisco il «movimento globale per la pace e la giustizia». Ho scritto questo libro per contribuire a questa causa, e ho scelto di concentrare la mia analisi sugli aspetti politici, economici e culturali del Medio Oriente nell’era della globalizzazione. Non saranno le macchinazioni politiche, la violenza o la trasformazione economica di natura rivoluzionaria a dare lo spunto necessario per raggiungere l’obiettivo; gli elementi portanti sono invece la cultura e l’interazione culturale – quello che io chiamo il jamming culturale. Un lento processo di «maturazione» culturale su scala globale rappresenterà lo strumento con cui combattere efficacemente il sistema neoliberista, e con cui creare un nuovo ordine internazionale basato sulla pace, la libertà, la democrazia e lo sviluppo sostenibile. Lo scopo di questo libro è quello di fornire gli elementi e gli strumenti utili ad agevolare questo processo, doloroso e difficile sulla carta

ISBN: 978-88-89969-13-7
PAGINE: 320
ANNO: 2007
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Europa, Guerra e geopolitica
Autore

Mark LeVine

Mark LeVine insegna Storia moderna del Medioriente all’University of California, Irvine. Ha lavorato e vissuto a lungo in Medioriente condividendo, con chi vi abita, quel mondo di macerie fatto di attacchi terroristici, occupazioni militari e bombe «chirurgiche». Parla correntemente diverse lingue e possiede una sterminata cultura musicale. Ha alle spalle un passato di chitarrista professionista.

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