Periferie dell’impero

«La povertà nell’era della globalizzazione»

Periferie dell’impero

Poteri globali e controllo sociale

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Milioni di poveri affollano le periferie del mondo globalizzato. Poveri che, secondo lo sguardo di chi li analizza, diventano anche criminali, banditi, schiavi, esclusi, marginali o reclusi. Collocati in un limbo geografico tra Nord e Sud del mondo, su di essi si sperimentano i rigidi dettami delle economie di mercato e le più efficienti politiche di sicurezza.
Dalle favelas brasiliane alle fabbriche del sudore del Pakistan, fino ai ghetti delle metropoli occidentali, un’umanità variegata ma ugualmente dolente vive le nuove forme della segregazione urbana e sociale. Lungi dal rappresentare un fenomeno transitorio, tale condizione si configura come un indiscusso futuro per un numero di persone sempre crescente. Le analisi degli studiosi, contenute in questo libro, convergono sulla medesima urgenza: ripensare le politiche economiche e di integrazione alla luce del fallimento del neoliberismo; e a fronte del comportamento predatorio dei poteri globali immaginare alternative di vita e sviluppo realmente credibili.
Interventi di: Barak, Bauman, Becucci, Ciappi, Gallino, Goode, Inciardi, Klein, Maffesoli, Malaguti Batista, Massari, Sassen, Stiglitz, Surrat, Wacquant, Zanotelli.


Un assaggio

Gli assunti di base della dottrina di Washington sono sempre più spesso oggetto di discussione. Le politiche di stabilizzazione non assicurano la crescita economica. Paesi che hanno seguito le ricette del Fondo monetario internazionale – dalla Bolivia alla Mongolia – si chiedono: abbiamo patito la sofferenza, abbiamo fatto tutto quel che ci avete detto di fare, quando inizieremo a raccogliere i benefici? Allo stesso tempo, paesi che hanno seguito un corso indipendente, come la Cina o il Cile, hanno ottenuto risultati molto migliori. Le politiche di stabilità – definite in termini di rigore fiscale e di politica monetaria «assennata» – non assicurano nemmeno la stabilità, perché improvvisi cambiamenti d’umore degli investitori possono determinare ingenti fuoriuscite di capitali che si lasciano alle spalle una devastazione economica. Questo accade anche nei paesi dotati di un assetto istituzionale relativamente forte, ma soprattutto dove la regolazione del settore finanziario è debole e le reti della sicurezza sociale assenti. Le ripetute crisi finanziarie degli ultimi sei anni hanno fornito ampie prove di tutto questo. La liberalizzazione del mercato dei capitali – avviata male e prematuramente – non porta a una crescita economica più rapida, ma al contrario espone i paesi ad alti livelli di rischio: un rischio senza contropartita. I benefici della liberalizzazione dei commerci sono ben più controversi di quanto non ammettano i mantra del libero scambio, soprattutto quando l’agenda della liberalizzazione è quella asimmetrica che ha caratterizzato il mondo negli ultimi anni, per cui i paesi avanzati pretendono che quelli in via di sviluppo abbattano le barriere nei confronti dei loro prodotti, mentre gli stessi paesi sviluppati mantengono le proprie verso i prodotti del Sud del mondo. […] Nel momento in cui gli Stati Uniti e altri paesi avanzati ricorrono sempre più spesso a misure protezionistiche, continuando ad abbracciare la retorica del libero commercio e della globalizzazione, la domanda ovvia che di frequente ci si pone è: perché esistono due parametri per giudicare quali pratiche commerciali siano «leali» o «sleali», uno per i beni prodotti all’interno del proprio paese e l’altro per quelli prodotti altrove? (dal saggio di Joseph Stiglitz, «Politiche di sviluppo di un mondo globale»).
Sono sempre questi troppi «loro» a preoccupare «noi». A casa nostra, invece, è il basso tasso di natalità a crearci delle preoccupazioni. Ci saranno abbastanza «noi» per sorreggere il nostro «modello di vita»? Ci saranno abbastanza netturbini a raccogliere i rifiuti che il «nostro modello di vita» produce quotidianamente, o «persone che si sporcheranno le mani pulendo i nostri bagni», pagate dieci volte meno di noi «che sediamo davanti alle scrivanie digitando sulle tastiere»? L’altra faccia poco attraente della guerra contro la «sovrappopolazione», l’amara prospettiva della necessità di importare di più e non di meno da «loro» solo per tenere a galla il «nostro modello di vita», assilla i paesi ricchi. Tale prospettiva non è così spaventosa come tende a essere vista da ogni parte (eccezion fatta per i consigli d’amministrazione delle aziende ad alta sicurezza e per le tediose sale da conferenza accademiche), soprattutto per le nuove funzioni a cui sono stati preposti gli esseri umani «di troppo», in particolare quelli che sono riusciti a raggiungere le sponde dei paesi sviluppati (dal saggio di Zygmunt Bauman, «Cosa ne facciamo di loro?»).

ISBN: 88-88738-13-4
PAGINE: 224
ANNO: 2003
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Metropoli e spazi urbani, Plebi e moltitudini
Autore

Silvio Ciappi

Silvio Ciappi, criminologo, è presidente di Ares, Istituto di ricerca nel campo delle scienze sociali. Ha lavorato e studiato a lungo negli Usa e attualmente svolge attività di docenza presso l'Università di Roma «La Sapienza». Sin dagli inizi degli anni Novanta si è occupato di carcere, fenomenologia dei reati violenti e filosofia delle scienze sociali. Da diversi anni si occupa di tematiche inerenti la sicurezza urbana. È autore di numerose pubblicazioni, tra cui tre monografie: Giustizia criminale (1997), Serial Killer (1998) e Sociologia e criminalità (2000).

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