Piccoli gulag

«Un testo sulle comunità terapeutiche sparse per l’Italia»

Piccoli gulag

Sentieri e insidie delle comunità terapeutiche

Piccoli gulag
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I «piccoli gulag» di cui si parla in questo libro sono le comunità terapeutiche, a cui l’autore, che è stato operatore prima e dirigente poi di numerose comunità sparse per l’Italia, rivolge uno sguardo critico, serrato ma dettato da un’esperienza vissuta dall’interno. Cecco Bellosi accompagna il lettore, con un registro narrativo limpido e autentico, in un viaggio alla ricerca di nuovi possibili significati di dignità e libertà in un rapporto sociale che sempre più rischia di morire dentro i ruoli e i paradigmi del controllo.
Splendori e miserie di queste istituzioni appaiono in altorilievo attraverso la descrizione delle biografie di uomini e donne incontrati in viaggi che spesso si sono risolti in accompagnamenti verso la morte per Aids o per malattie incurabili. Una densità di esperienze esistenziali colte nel loro bisogno originario di libertà, di felicità e risolte nel tragico giogo della tossicodipendenza assassina che ingrassa gli interessi di profitto dei poteri. Bellosi descrive tutto questo con acuta sensibilità e con lo sguardo fatto forte dalla conoscenza sulla propria pelle delle tecniche di annientamento e «domesticazione» delle menti e dei corpi.
«Uno sguardo mai conformista, sempre posizionato dalla parte di chi non ha diritti, ironico, partecipe eppure leggero, da darci il senso forte di una libertà: la libertà di trovare nelle pieghe di ogni esistenza, anche la più dura e la più disperata, la parola della ribellione, della soggettività, dell’individualità irripetibile. La libertà di affermare con le proprie pratiche che ribellione, soggettività e individualità non vanno “curate”, “guarite”, piegate» (Susanna Ronconi).


Un assaggio

Giuseppe, il lisergico, completamente perso in un sorriso sgangherato e lontano. Viaggiatore infaticabile, era incappato in un cattivo viaggio. Sembrava incapace di reagire a qualunque situazione, che in lui si mostrava sempre capovolta. Paradossalmente, anche in positivo. Quando gli fu proposta una cura a base di interferone come rinforzo immunitario contro il virus dell’epatite, gli fu aggiunto che il protocollo prevedeva febbri, dimagrimento e crollo dell’appetito sessuale. Non ebbe mai una linea di febbre, ingrassò come un porco e confessò ai medici straniti di avere un’erezione perenne e smodata. Nel gruppo era sopportato, dava fastidio la sua accidia. Quando qualcuno commetteva una sciocchezza, diventava normale dirgli: «Non fare il Giuseppe». Lui rideva, acido e inebetito. Dipingeva benissimo mondi sconvolti, intrisi di visioni oniriche e di incubi inquietanti: la refrattarietà a disegnare villaggi naïf e paesaggi sereni venne letta come continuità del viaggio, terapeuticamente nociva. Gli fu vietata l’unica espressione di vitalità
Una sera il gruppo si esibì in una rappresentazione teatrale, tratta dagli Esercizi di stile di Queneau, assolutamente straordinaria. Mentre Luca confessava a un prete di aver incontrato e guardato a lungo una bella ragazza, gli venne spontaneo aggiungere, fuori copione: «Sì, insomma, una figa della madonna», capace di ampliare i canoni linguistici del testo e di suscitare un’ondata imprevista e intensa di applausi. Giuseppe vestiva i panni di un giudice: dato che non si ricordava mai la parte, nelle prove si era abituato a portare con sé la sentenza scritta. Leggere le sentenze di condanna appartiene per intero alla presunzione del magistrato: le esprime a nome di un popolo o di un dio, sottraendosi candidamente alla sua coscienza. Nella concitazione della prima, Giuseppe uscì di corsa, dimenticando il fascicolo dietro le quinte. Arrivato sullo scranno, si trovò davanti il vuoto. «Cancelliere, le carte!», ordinò perentorio riacciuffando la situazione in un attimo. Quando voleva, c’era, eccome, ma il getto della spugna appariva sempre vicino. Un giorno andammo a lavorare io e lui in una fabbrica: nessuno ci aveva detto che cosa dovevamo fare. I comandi giungevano nervosi e contraddittori, tanto più autoritari quanto più era basso il gradino degli autori. La guerra tra poveri non è un’invenzione dei padroni: è solo la conseguenza del loro modello
Dopo alcune ore di affannose corse a vuoto, sotto un sole cocente, Giuseppe mi guardò con odio: «Vaffanculo, io non lavoro più». «Stronzo, così devo fare anche la tua parte», fu la mia risposta incazzata, anche perché non dovuta a lui. Sulla strada del ritorno mi chiese scusa, ma aggiunse che con quello sfogo per la prima volta dopo anni si era sentito vivo. Gli consigliai di fare così ogni volta che si fosse sentito attaccare ingiustamente da qualcuno. Nei primi tempi esagerò, rispondendo con violenza quando sentiva pronunciare il suo nome. Gli altri lo guardavano sorpresi, in attesa del suo ritorno in letargo. Che non avvenne più.

ISBN: 88-88738-31-2
PAGINE: 176
ANNO: 2004
COLLANA: Narrativa
TEMA: Contro-culture
Autore

Cecco Bellosi

Cecco Bellosi (Isola Comacina, 1948), da quindici anni si occupa di persone con problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti. Attualmente è il coordinatore di comunità e case alloggio per uomini e donne malati di Aids. Nel 1991 è stato tra i soci fondatori della Lila (la Lega italiana per la lotta all’Aids). Ha collaborato all’Annuario sociale e al Rapporto sui diritti globali 2003 (Edizioni Ediesse).