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«Epistolario esistenziale e politico dal carcere»

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Lettere da Rebibbia

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Venti lettere, scritte nella sezione speciale del carcere romano di Rebibbia e rivolte a un giovane amico, in cui Toni Negri ricostruisce i passaggi della sua vita intellettuale e politica.
A confronto con il repertorio di saggi che compongono la copiosa produzione filosofica e teorico-politica di Negri, questo libro appare anomalo, perché costruito con un registro ispirato alla tradizione letteraria dell’epistolario. La narrazione di un percorso esistenziale che coniuga una rigorosa formazione culturale a una potente passione politica, sullo sfondo della storia italiana dal Dopoguerra alla fine degli anni Settanta.
«Affido la tesi al racconto. Il canovaccio è materialista: che la vita sia un sacramento, un miscuglio di divinità e realtà e che, su questa superficie, amore e violenza formino essenze sociali, identità collettive. Un flusso reale. Pipe-line. Qui dentro ci ritagliamo. L’immaginazione ci mostra l’infanzia come una struttura trascendentale senza soggetto – su questo sfondo l’indecenza della memoria e la miseria dell’individualità si stemperano – generosamente cerchiamo noi stessi, dentro questa realtà controversa nella quale siamo immersi, ed è una generosità astuta che ci mette in caccia e l’io è il selvaggio. Non so come spiegarti meglio: è nel riconoscerci in una comunità che afferriamo noi stessi».


Un assaggio

Dalla postfazione di Girolamo De Michele
Quando viene pubblicato per la prima volta questo pipe-line, l’Italia è stretta nella morsa di quegli interminabili giorni della Merla che preannunciavano l’inverno della coscienza più lungo del secondo Novecento. Giulio Einaudi aveva chiesto a un filosofo imprigionato nelle patrie galere un esercizio di memoria, una testimonianza di una lunga avventura intellettuale e politica: quasi presentisse che stava arrivando il tempo in cui raccogliere, proteggere, sedimentare i ricordi era già sovversione dello stato di cose esistente. Di un paese che si avviava verso le sbornie dolciastre delle metropoli da bere, preparandosi alle abiure pronunciate, prima ancora che davanti a qualche zelante giudice istruttore, sorseggiando un Campari in galleria col gomito appoggiato al banco del bar, l’ora scandita dall’orologio sul polsino. Non è stato, questo pipe-line un libro di successo: altri più urgenti cimenti culturali avvincevano l’intellettualità italiana in quel lustro che inaugurava la lunga durata degli anni Ottanta. Con uno sforzo di memoria e qualche scheda Buffetti possiamo ricostruire la superficie di quegli intensi dibattiti, ripensando a un’epoca nella quale i libri erano, per lo più, bibliografie commentate. I pensieri deboli e le categorie della modernità. Le categorie dell’impolitico e le nuove scienze politiche. La seria apocalisse viennese e gli angeli necessari. Gli squisiti gnostici heideggeriani e le mistiche col bollino blu. Schopenhauer a Beyreuth e la camolatura dell’essere. Destra e sinistra si univano come parti di un Centauro, mentre qualunque Carneade, meglio ancora se teologo-politico, era argomento bastevole per un convegno di studi nel quale, mentre i relatori stranieri parlavano alle sedie vuote, gli accademici si spartivano amabilmente cattedre e concorsi. E davvero col poeta non resta che cantare: And the forest will echo with laughter / there’s anybody who remembers a laughter? (Led Zeppelin, Starway to heaven).
Dove sono questi libri solo chiacchiere e congiuntivo, ora che pipe-line ritorna dall’esilio? Vai a Milano, sui muriccioli dei Navigli; li troverai là dove dovevano finire: accanto ai tomi della biblioteca di don Ferrante.

Eppure, al di là del valore monitorio che assume questa riedizione, qualcosa l’Accademia italiana avrebbe da imparare da questo romanzo di formazione. C’è, in queste lettere, una vicenda intellettuale che sembrerebbe straordinaria a chi non sapesse che l’apprendistato storico-filosofico del giovane Negri era una volta la norma. Incrocia questo testo con le pagine autobiografiche di Macchina tempo, e avrai il ritratto, a pennellate impressionistiche, di un tempo in cui la severità e la durezza dei percorsi di studi erano contrappuntati da grandi nomi – i Bobbio, i Paci, i Preti, i Garin – che imponevano la dura e lenta fatica del concetto senza richiedere l’untuoso elogio dell’allievo verso il maestro. E vai a cercarne conferma nelle altezze, teoriche e bibliografiche, di quello scritto negriano del ’64 sui problemi dello Stato francese nel Cinquecento, per capire cos’erano un tempo le riviste e gli esordi accademici. E potresti, già in quelle pagine, dire con ragione che la vicenda intellettuale del giovane Negri è la storia di un tradimento, come sarebbe giusto che accadesse ogni volta: dell’allievo che si ribella al maestro e conquista la propria autonomia. Un tradimento al quale ne segue un secondo: tradire la teoria con la prassi, rovesciare l’altezza speculativa nella militanza, nel concreto, nel frastagliato e brulicante mondo nel quale i maestri sono anche compagni e hanno nomi come Romano, Rodolfo, Jürgen, Souzy. Le lettere quarta e quinta contengono il racconto di come ci si possa illudere «che la dialettica fosse capace di contenere e sviluppare una matrice utopica» (infra p. 37), cedendo alle sirene dello storicismo e del bell’umanesimo progressivo, per poi scoprire che «la tendenza progressiva, tipica della italiana cultura di sinistra, […] si rivelava letteraria e retorica quando si incrociava con la presa sistemica sul mondo, in quanto rapporto capitalistico, in quanto essere dell’alienazione» (infra p. 49). Un severo maestro, caduto nella perplessità sulla questione dell’essere, intimò un giorno al giovane Günther Anders di «non disertare nella prassi». Non so se Anders abbia guardato il distintivo nazista al bavero della giacca del maestro, prima di giurare a se stesso che per tutta la vita altro non avrebbe fatto che disertare nella prassi. Il secondo tradimento del giovane Negri è di questa stoffa etica: una continua diserzione. Ma, di nuovo: non dovrebbe accadere così ogni volta? L’idiota accusa di essere un cattivo maestro, di aver traviato con i suoi libri un’intera generazione svela già in queste prime pagine la pochezza culturale e umana di chi ha fabbricato una simile stupidaggine: la vicenda umana che in queste pagine si racconta e si espone al giudizio, e la vicenda epocale delle generazioni che hanno popolato quegli anni affollati, non è vicenda libresca. Non è nelle carte, ma nelle strade, coi cieli plumbei che le sovrastano e i liquami fogneschi che le sottendono, che si dispiega la narrazione. Ed è solo lì che autore e lettori potranno ritrovarsi e riconoscersi come simili.

ISBN: 978-88-89969-69-4
PAGINE: 216
ANNO: 2009
COLLANA: Biblioteca dell'operaismo
TEMA: Anni Settanta, Carcere e nuove punitività
Autore

Toni Negri

Toni Negri
Toni Negri, già docente di Dottrina dello Stato a Padova, ha insegnato in prestigiose Università europee. Negli utimi anni la sua riflessione filosofica e politica ha avuto un grande riconoscimento internazionale. Per le nostre edizioni ha pubblicato: I libri del rogo, Spinoza, Settanta (insieme a Raffaella Battaglini) e pipe-line.

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