Pratiche costituenti

«Saggi, tutti inediti in Italia, su relazioni sociali ed economiche attuali»

Pratiche costituenti

Spazi, reti, appartenenze: le politiche dei movimenti

A cura di Marco Berlinguer e Mauro Trotta

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Da quando, alla fine del 1999, a Seattle, il movimento dei movimenti è apparso sulla scena mondiale, è nato un nuovo modo di fare e concepire la politica.
Pratiche costituenti indaga in maniera vasta e approfondita le questioni più rilevanti legate ai rapporti oggi esistenti tra movimenti e politica. Si tratta di problematiche sostanziali, fondamentali per la sopravvivenza stessa, oltre che per il futuro, dei movimenti, che vanno a toccare tanto il problema dell’ «organizzazione» o della «struttura» quanto il significato della parola «politica». Questioni che nel nostro paese non hanno avuto tutta la risonanza che meritavano, come il dibattito sulla forma organizzativa dei World Social Forum: devono, questi, continuare a essere soltanto degli spazi aperti dove diversi movimenti, gruppi e singoli possano incontrarsi e stringere relazioni o dovrebbero dotarsi di forme organizzative più strutturate che gli consentano di incidere con più efficacia nella realtà sociale ed economica?
Il libro si occupa inoltre di una serie di questioni comunque ineludibili all’interno delle relazioni sociali ed economiche attuali, come quelle relative agli spazi e ai modi della comunicazione o ai rapporti tra dimensione globale e problematiche locali. Indaga, infine, in modo approfondito la composizione sociale e le identità dei militanti dei nuovi movimenti, affrontando il problema forse più importante per qualunque tipo di azione politica, ovvero il rapporto con il potere, trattando dell’opportunità o meno della presa del potere statuale.
Strutturato in una serie di saggi, tutti inediti in Italia, il testo è arricchito da due seminari, Strategie per la trasformazione sociale ed Europa in movimento, che contribuiscono ad allargare ulteriormente la prospettiva.

Interventi di: Algranati, Balibar, Bertinotti, Candeias, Correa Leite, della Porta, Escobar, George, Hardt, Hearse, Holloway, Lindenschmidt, Mamadouh, Mezzadra, Negri, Patomaki, Seoane, Taddei, Teivainen, Tormey, Wainwright, Wallerstein, Waterman, Whitaker.


Un assaggio

Invece di opporre il Wsf di Porto Alegre al World Economic Forum di New York, è più rivelatore immaginarlo come il frutto più remoto della storica Conferenza di Bandung che si svolse in Indonesia nel 1955. Entrambi furono concepiti come tentativi di opporsi all’ordine mondiale dominante: il colonialismo e l’oppressiva e dualistica Guerra fredda, nel caso di Bandung e, in quello di Porto Alegre, la regola della globalizzazione capitalista. Le differenze, comunque, sono immediatamente evidenti. Da una parte, la Conferenza di Bandung, che riunì leader soprattutto da Asia e Africa, rivelò, in modo drammatico, la dimensione razziale dell’ordine mondiale coloniale e della Guerra fredda, che, come è noto, Richard Wright descrisse come diviso da una “cortina di colore”. Porto Alegre, invece, è stato un evento prevalentemente bianco. Vi erano relativamente pochi partecipanti di Asia e Africa e le differenze razziali delle Americhe erano drammaticamente sotto-rappresentate. Questo porta a un compito ulteriore per coloro che si sono riuniti a Porto Alegre: globalizzare ancora di più i movimenti, sia all’interno di ogni società che in tutto il mondo, un progetto in cui il Forum è solamente un inizio. D’altra parte, mentre Bandung fu condotto da un piccolo gruppo di rappresentanti e leader politici nazionali, Porto Alegre è stato affollato da una moltitudine brulicante e da una rete di movimenti. Questa moltitudine di protagonisti è la grande novità del World Social Forum e il fulcro della speranza per il futuro. La prima impressione dominante del Forum è stata la sua straripante enormità; non tanto per il numero delle persone – gli organizzatori dicono che hanno partecipato in 80.000 – ma piuttosto per il numero di eventi, incontri e avvenimenti. Il programma, che includeva tutte le conferenze ufficiali, i seminari e i workshop – la maggior parte dei quali hanno avuto luogo all’Università Cattolica – era grande quanto un tabloid, ma si è capito presto che c’erano altri innumerevoli incontri non ufficiali che avevano luogo in tutta la città, alcuni pubblicizzati su poster e volantini, altri a voce. C’erano anche riunioni separate per i differenti gruppi di partecipanti al Forum, come un meeting dei movimenti sociali italiani o un altro delle varie sezioni nazionali di Attac. Poi c’erano le manifestazioni: tutte organizzate ufficialmente, come la parata di apertura, simile a una May Day di massa, e come le più piccole manifestazioni conflittuali contro, ad esempio, i membri del parlamento dei diversi paesi, presenti al Forum, che hanno votato a favore dell’attuale guerra al terrorismo. Infine un’altra serie di eventi si è tenuta nell’enorme campeggio lungo il fiume, tra file e file di tende che ospitavano 15.000 persone in un’atmosfera che ricordava i festival musicali estivi, specialmente quando si metteva a piovere e tutti camminavano in mezzo al fango indossando sacchi di plastica e impermeabili. In breve, se qualcuno con tendenze ossessive avesse cercato di capire cosa stava accadendo a Porto Alegre, il risultato sarebbe stato certamente un crollo mentale totale. Il Forum era inconoscibile, caotico, dispersivo. E quella sovrabbondanza ha creato euforia in tutti, perché si era in mezzo a un mare di gente, venuta da così tante parti del mondo, che lavora insieme contro l’attuale forma di globalizzazione capitalista. (dal contributo Una Bandung di oggi? di Michael Hardt)

ISBN: 88-88738-85-1
PAGINE: 300
ANNO: 2005
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Media-strategie, Metropoli e spazi urbani, Movimenti

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