Prima linea

«Oltre le Brigate rosse:
l’altra lotta armata»

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L’altra lotta armata (1974-1981) Vol.I

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Nell’affollato panorama della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta l’organizzazione Prima linea rappresenta uno dei capitoli meno conosciuti e più fraintesi nella storia della lotta armata in Italia. Sono pochi anni, a partire dal 1974 (quando si originano i primi processi fondativi) fino al 1981 (anno dell’abbandono della sigla), a scandire la nascita, l’ascesa e il naufragio di un progetto politico volto a radicare la lotta armata nel corpo dei movimenti di estrema sinistra. Il tentativo di praticare un modello organizzativo e ideologico alternativo a quello delle Brigate rosse si intreccia con la complessità del Movimento del ’77, si scontra con una repressione dello Stato sempre più efficace e naufraga di fronte alle complicazioni di una clandestinità crescente e di un crescente militarismo. Il libro è la prima ricostruzione compiutamente storica delle vicende di Prima linea, attraverso l’uso di una pluralità di fonti spesso inedite, un impianto di analisi che sfugge dalle secche del reducismo e della condanna morale. Un’opera fondamentale per comprendere i percorsi che portarono migliaia di giovani a sposare un conflitto irriducibile nei confronti delle istituzioni economiche e politiche del nostro paese.


Un assaggio

dal Capitolo I

Si allontanarono alla spicciolata(1): dai gruppi della sinistra
extraparlamentare a Senza tregua (1974-76)

La sigla Prima linea compare per la prima volta a Milano e a Torino nell’autunno del ’76 mentre il congresso fondativo che ne fissa la spina dorsale si svolge nell’aprile dell’anno successivo a coronamento di diversi appuntamenti preparatori. Tutto ciò non toglie che la storia del gruppo affondi le sue radici in un periodo precedente al ’76-77 e che per coglierne a pieno il significato sia necessario fare alcuni passi indietro. Due fonti viste spesso agli antipodi, come la memorialistica e le ricostruzioni della magistratura, concordano nel datare al ’74, con l’uscita da Lc di un gruppo di militanti attivi nella cittadina industriale milanese di Sesto S. Giovanni, l’avvio di un percorso di cui una delle conclusioni (non la sola, si badi bene) sarà l’effettiva fondazione di Pl(2). Nel lasso di tempo che intercorre fra le due date non si assiste in realtà a un coerente sviluppo organizzativo e politico, ma piuttosto a un percorso a tappe stratificato e tortuoso. La lunga gestazione di Pl corrisponde a incerti processi aggregativi (e disgregativi) fra diverse esperienze territoriali, risultato tanto di alchimie ideologiche quanto di personalismi spiccioli e del legarsi di cordate di militanti in virtù più di rapporti consolidati che non di precise scelte politiche. Va letta in questo quadro l’autorappresentazione di Pl come «aggregazione di gruppi guerriglieri che hanno finora operato sotto sigle diverse»(3), senza dare per scontato la spontaneità e la pluralità dei processi di armamento rispetto a quelle che furono precise scelte soggettive.
L’incubazione di Pl si inserisce a pieno titolo nella più vasta «area dell’autonomia»: un multiforme schieramento di collettivi e gruppi locali, posti a sinistra dei gruppi extraparlamentari della cui crisi tendono ad avvantaggiarsi. Portatori di un radicale antagonismo nei confronti delle istituzioni, tenteranno effimeri coordinamenti nazionali. In varia misura riconducibile al pensiero operaista(4), questa variopinta compagine, all’incrocio di avanguardia politica e puro movimento, costruirà attorno a parole d’ordine come quella del «rifiuto del lavoro» una vera e propria piattaforma politica:

«sul rifiuto del lavoro, emerso spontaneamente dalle lotte degli anni precedenti, si imbastisce l’organizzazione e l’omogeneizzazione dello scontro sui bisogni della classe operaia; a ciò si aggiunge la riappropriazione come momento di attacco collettivo all’erosione salariale e al restringimento dei bisogni operai, la centralizzazione come collegamento “dal basso” delle esperienze operaie di base quale prefigurazione del progetto rivoluzionario (e della sua direzione) e quale antitesi al “centralismo elitario” presente nei gruppi della sinistra extraparlamentare, il rifiuto della delega come capacità operaia di agire autonomamente senza strettoie burocratiche o contrattazioni separate dalla classe, la lotta sul salario come scollamento di un rapporto politico-economico subordinato alla macchina del capitale, la lotta per il potere quale indicazione strategica del movimento complessivo»(5).

Sull’autonomia, e sulla sua identità politica, è stato scritto molto, non sempre a proposito, ma a oggi ne manca una sintesi storiografica matura, capace di sfuggire tanto alle secche delle narrazioni di comodo, contemporanee ma soprattutto postume, quanto alle letture giudiziarie che la vedono come una realtà univoca, livello di massa di un presunto «partito armato»(6) comprendente le stesse Br.

(1) L’espressione è tratta, seppure con una sfumatura di significato diversa, da A. Sofri – L. Sofri, Si allontanarono alla spicciolata. Le carte riservate di polizia su Lotta continua, Sellerio, Palermo 1996.
(2) S. Segio, Una vita in Prima linea, cit., p. 83 ss.; tesi sostenuta pure da Armando Spataro, Pm nei processi milanesi, in Requisitoria Spataro, p. 119 ss.
(3) Le parole sono quelle della rivendicazione alla prima azione firmata dal neonato gruppo, l’irruzione nella sede dell’associazione dirigenti Fiat di Torino: Pl, Creare, organizzare potere proletario armato, 29 novembre 1976 in ATT, Atti processo Pl Torino, b. 2, f. 2E.
(4) Rispetto a questa cultura politica cfr. S. Wright, L’assalto al cielo: per una storia dell’operaismo, Edizioni Alegre, Roma 2002; G. Borio – F. Pozzi – G. Roggero, Noi operaisti: autobiografie di cattivi maestri, DeriveApprodi, Roma 2005; G. Trotta e F. Milana (cura), L’operaismo degli anni Sessanta, DeriveApprodi, Roma 2008. Testi fondamentali dal punto di vista teorico sono M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1966 e Raniero Panzieri, Spontaneità e organizzazione: gli anni dei «Quaderni rossi», 1959-1964, BFS Edizioni, Pisa 1994. Per uscire dall’ottica celebrativa e per sottolineare i canali di comunicazione fra prima e dopo il ’68 e l’incubazione di alcuni contenuti già fin dagli anni Sessanta cfr. M. Scavino, Renato Panzieri, i «Quaderni rossi» e gli «eredi», in F. Chiarotto (a cura di), Aspettando il Sessantotto. Continuità e fratture nelle culture politiche italiane dal 1956 al 1968, Accademia University Press, Torino 2017 e C. Adagio – R. Cerrato – S. Urso, Il lungo decennio. L’Italia prima del 68, Cierre Edizioni, Verona 1999.
(5) G. Martignoni – S. Morandini, Il diritto all’odio: dentro, fuori, ai bordi dell’area dell’Autonomia, Bertani, Verona 1977, p. 193.
(6) Tale lettura è espressa in P. Calogero – C. Fumian – G. Sartori, Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato, Laterza, Roma-Bari 2010.


ISBN: 978-88-6548-241-4
PAGINE: 512
ANNO: 2018
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Anni Settanta, Violenza rivoluzionaria
Autore

Andrea Tanturli

è storico e lavora presso l’Archivio di Stato di Firenze. Nei suoi studi si è prevalentemente occupato di movimenti sociali e violenza politica nell’Italia degli anni Settanta.
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