Psicopolitica

«Contro la recessione dei diritti
reimparare a essere minoranza attiva»

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Città salute migrazioni

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Siamo in tempi di assedio e dobbiamo ricordarci che la violenza generata dall’isteria identitaria come è «accaduta» nel passato può accadere nel futuro. Siamo in tempi di recessione non solo economica ma dei diritti, della giustizia, della tolleranza, della civiltà, della politica e dei suoi linguaggi.
Ci vuole il coraggio di pensare l’impossibile e, al tempo stesso, si tratta di dire «no», che non significa soltanto combattere populismo, xenofobia e derive securitarie, ma anche combattere dentro noi stessi la tentazione a quel pessimismo passivo che ci fa rinunciare all’indispensabile ottimismo militante.
È necessario re-imparare a essere minoranza; sapere produrre un eccesso di affettività individuale e di solidarietà collettiva. Si tratta di fare della «speranza» un progetto di lavoro politico per potere rinnovare sia gli strumenti di comprensione della realtà sia quelli di azione nella realtà. Si tratta di fare della speranza un progetto di ricerca: un lavoro sulle potenzialità (future) del presente.


Un assaggio

Perché bisogna dire «no»

Dalla fine della guerra a oggi si sono succeduti molti governi in Italia e in Europa: di destra, di centro e di sinistra o, sarebbe meglio dire, di centrodestra e di centrosinistra.
Tuttavia è la prima volta che fra le persone (e sono molte) che hanno a cuore la democrazia, lo Stato di diritto e l’amore per la tolleranza e la civiltà, serpeggia un sentimento di paura e di disperazione, come se, questa volta, in Italia e in molti paesi d’Europa, riapparissero i fantasmi del passato fascista. L’alternanza fra governi di destra e governi di sinistra è un fenomeno naturale delle democrazie occidentali ben rappresentato dall’alternanza pacifica di conservatori e laburisti nel Regno Unito. Perché allora questo sentimento di allarme, che va ben oltre la constatazione pacifica della presenza di governi conservatori al timone di molti paesi europei?
La risposta è semplice e a tutti nota: gli attuali governi dell’Austria, dell’Italia, della Polonia, dell’Ungheria, non sono governi conservatori ma governi caratterizzati dalle stimmate del populismo, del razzismo, della xenofobia, dell’omofobia, dell’irrazionalismo, della violenza verbale, dell’intolleranza.
No v’è dubbio che un autentico governo conservatore certamente non si caratterizza per tali stimmate (basti ricordare John Major in Inghilterra, Jacques Chirac in Francia, Helmut Kohl in Germania e De Gasperi in Italia) ma piuttosto per politiche orientate alla protezione degli interessi economici delle classi privilegiate. Inoltre, perfino governi decisamente di destra, come ad esempio quelli di Cameron, di Sarkozy e di Berlusconi, non si sono caratterizzati mai per una promozione attiva di una cultura razzista, xenofoba, omofoba e intollerante.
Dunque, è questa nuova deriva neofascista che allarma e che richiede chiari e sostenuti «no».
Perché dobbiamo dire no a questa deriva politica, morale e culturale e ai governi che l’incarnano?
Perché essa consolida una cultura di governance emergenziale invece che sistemica.
Ossia, invece che aprire cantieri progettuali di esperienze che affrontino in forma sistematica e sistemica l’ineluttabile migrazione di milioni di individui dai paesi della miseria e della guerra verso i paesi della pace e del benessere, lo Stato si mette a urlare, induce paura, distorce le statistiche, predica intolleranza, innalza barriere e ricaccia (in realtà tenta di ricacciare) la storia in qualche campo di concentramento turco o nordafricano.
Diciamo «no» perché anche se la rabbia e l’egoismo sono sentimenti spiegabili e spontanei soprattutto nelle comunità più fragili per cultura e per condizione socio-economica, essi vanno governati in modo responsabile e civile e non invece promossi, manipolati e utilizzati per generare consenso.

ISBN: 978-88-6548-265-0
PAGINE: 144
ANNO: 2018
COLLANA: comunità concrete
TEMA: Affezioni, Beni comuni, Metropoli e spazi urbani, Migranti e pensiero post-coloniale
Autore

Benedetto Saraceno

Benedetto Saraceno è psichiatra ed esperto di sanità pubblica. Ha lavorato a Trieste con Franco Basaglia e Franco Rotelli. Dal 1999 al 2010 è stato il direttore del Dipartimento di salute mentale e abuso di sostanze della Organizzazione mondiale della salute (Oms) e dal 2008 ha diretto il Dipartimento di malattie non trasmissibili. Attualmente è professore ordinario di Global Health alla Università di Lisbona. Durante la sua permanenza alla Oms, ha pubblicato lo storico Rapporto mondiale sulla salute mentale e ha sviluppato politiche di salute mentale e promozione dei diritti umani in paesi dell’Africa, delle Americhe, del Medio Oriente, del Sud Est Asiatico e dell’Estremo Oriente. Saraceno ha pubblicato più di duecento articoli su riviste scientifiche internazionali e alcuni libri fra cui Discorso Globale – Sofferenze Locali (Il Saggiatore 2014).
RASSEGNA STAMPA

«Psicopolitica» su @Che fare

Qui l'estratto.

Visioni della quotidianità

di Gianandrea Piccioli Benedetto Saraceno dopo la laurea in Medicina a Milano si è formato a Trieste con Basaglia (quindi ha un imprinting antipsichiatrico e deistituizionalizzante), ha lavorato all’Istituto Mario Negri di Milano, ha coordinato progetti per riforme psichiatriche in America Centrale e Meridionale e per 15 anni ha diretto il Dipartimento di salute mentale dell’OMS a Ginevra. Attualmente insegna Global Health all’Università di Lisbona ed è direttore scientifico del Centro Studi per la sofferenza urbana della Casa della Carità di don Colmegna a Milano. Mi sono dilungato sul profilo professionale dell’autore di Psicopolitica. Citta salute migrazioni, edito da DeriveApprodi, perché mi sembra introduca bene alla vocazione antistituzionale che anima il testo e dà unitarietà ai vari scritti (presumibilmente lezioni e conferenze) che lo compongono. Prevale ovviamente il tema del disagio sociale e dell’emarginazione, ma il mood del libro è reso a mio parere da due citazioni. Una, a pagina 125, dal Diario di Anna Frank: «È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo». L’altra, a pagina 127, da una conferenza (Il pericolo delle certezze) del filosofo inglese Simon Critchley al Festival delle scienze di Roma: «La lezione della tolleranza, dell’accoglienza, del dubbio: cosa c’è di più importante in questi tempi di fondamentalismo, fascismo strisciante, dottrine economiche, politiche e pseudoreligiose fondate sulla presunzione e sull’odio?». Queste due citazioni si sussumono poi in un auspicio di Saraceno verso la conclusione del libro: «Confondere le identità di ciascuno in una sola comune, che è quella umana di tutti» (pagina 127). Ecco, queste tre frasi danno unitarietà ai vari capitoli, che possono essere letti anche come un vademecum per chi cerca conforto nella solitudine e nello smarrimento in cui viviamo oggi, o in cui almeno vivono quelli della mia generazione che crede ancora nell’utopia come possibilità di liberazione (Volere la luna, appunto). In numerosi passaggi del libro l’autore insiste sulla necessità, nella globalizzazione neocapitalistica in cui stiamo affogando, di produrre «località», intesa non nel senso vernacolare tanto caro alle leghe e ai sovranismi di ogni risma, ma come riappropriazione della vita sociale e delle proprie esistenze. Tra un locale identitario e paranoico e una globalizzazione anonima e mercificata occorre, aggiungo io, trovare lo spazio dell’oikos e l’economia del dono, intesa come il debito che ognuno di noi ha nei confronti degli altri e della società. Saraceno non la cita mai, ma leggendo a me è venuta più volte in mente la common decency (the free, equal and decent society) di cui parla Orwell, e che oggi si può intendere anche come la capacità degli esseri umani di vincolarsi reciprocamente uscendo dalla chiusura autistica del puro consumo o della propria fragilità. Averlo dimenticato è stato il grande errore della sinistra di governo che da almeno trent’anni non riesce più a trovare le parole della sua vocazione originaria. La gente comune è vittima di un capitalismo finanziario selvaggio e globalizzato spacciato per liberalismo, anzi neoliberismo (quanti trucchi si possono fare con le parole!). E la sinistra è caduta nella trappola del narcisismo e  sociale l’uomo è come Robinson Crusoe, solo nella sua isola (non a caso Marx irrideva le «robinsonate» di Smith e Ricardo...). Qui sono le radici della struggle for life così cara, almeno a parole perché poi nei fatti abbondano cartelli e collusioni anche malavitose, a tutti i difensori dell’attuale assetto economico. Personalmente credo che dovremmo rileggere Mauss, Polanyi o Sahlins, in vario modo studiosi e difensori dell’antica strategia del dono: dare, ricevere, ricambiare. Così si creano il legame sociale e la comunità. Come scriveva Durkheim: «Morale è tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto quello che spinge l’uomo a tener conto degli altri, a regolare i propri gesti su cose diverse dalle pulsioni del proprio egoismo». Solo così si può tendere a una società libera, solidale e, appunto, decente. E anche tener presente che il mondo non è nostra proprietà: c’era prima di noi e abbiamo la responsabilità di farlo vivere anche dopo di noi. Certo, sembrano queste, e forse sono, parole patetiche, scritte davanti a un computer mentre all’esterno furoreggia un torvo Capitan Matamoros (nella Commedia dell'Arte e nel dottor Dulcamara dell’Elisir d’amore è racchiusa tutta la sempiterna antropologia italica), maniaco delle divise di ogni genere e di felpe variopinte che nemmeno nella catena Decathlon, con evidenti tendenze paranoiche e aspirazioni più grandi di lui. Il che non gli impedisce di essere comunque pericoloso in una società delusa, sfibrata e corrotta come la nostra e di instillare batteri nazisti: «Dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con la coscienza pulita, dobbiamo distruggere in maniera tecnico-scientifica» scriveva Hitler nel suo Mein Kampf, citato da Saraceno a pagina 132.   Però le pagine di Psicopolitica, pur nella loro gergalità psichiatrica e sociologica, sono utili e ridanno fiducia, soprattutto là dove fanno trasparire esperienze pratiche vissute e riuscite di «politica della generosità». A un certo punto del libro (pagina 98) Saraceno commenta il famoso passo sulla carità della prima Lettera ai Corinti: «È interessante come, per Paolo, la carità non ha a che fare con la distribuzione delle sostanze, quanto più con il compiacimento della verità, con la ricerca dell’interesse dell’altro, con la giustizia. Invece, troppo spesso la carità concede semplicemente i resti del banchetto e, al tempo stesso, chiede al povero di essere grato e responsabile». E definisce «autoritaria» questa concezione di un falso altruismo, analogo a tutte le forme di pubblica assistenza che anziché «promuovere autonomia, capacità e potere» di fatto concedono invece risorse solo se i beneficiari (generalmente i diversi) sono o diventano «compatibili» con il sistema. Cioè se si misconosce la loro diversità, che è anche però il loro modo di essere umani. E trascurando il fatto che «povertà, disuguglianza, ingiustizia, esclusione sociale, violenza e malattia» sono strettamente connesse e si possono alleviare solo con riforme di sistema e con il riconoscimento della vulnerabilità, e ancor prima del diritto alla propria vulnerabilità e/o diversità. Vale per «i matti da slegare» ma anche per i ragazzi di Barbiana e gli scarti di ogni genere che la società confina ai margini, ricordandosene solo per qualche episodio di cronaca nera: adolescenti demotivati perché senza futuro, anziani soli e abbandonati, giovani madri senza casa e lavoro, carcerati, tossicodipendenti... E in generale tutti i soggetti «costantemente al margine dei diritti, dell’accesso ai servizi, dell’accesso alle opportunità, dell’accesso ai beni e agli scambi, dell’accesso alla speranza di esserci per il futuro» (pagina 31). Oggi soprattutto per i migranti, che non sono veicoli di malattie e di miseria ma portatori di culture diverse, di una ricchezza umana di cui usufruire, di una sofferenza da condividere empaticamente. In ogni caso non da affrontare con «ricette di gestione aziendale, come se il pianeta fosse un’azienda un po’ più grande» (pagina 104).   Utopia? Certo, ma anche un modo di fare della speranza un progetto di ricerca e una scossa alla rassegnazione e stagnazione attuali. Non bisogna demordere, ci ricorda questo libro, e la speranza è basata su una struttura teorica sperimentata e su esperienze concrete, locali ma esemplari. Come scrive l’antropologo Arion Appadurai (Modernità in polvere, Cortina), più volte citato nel libro: «Dobbiamo accettare la dimensione locale come laboratorio permanente e smetterla di pensarci “significativi” al di là del locale». È poco? Al momento sembra l’unica possibilità: fare rete tra le tante realtà, anche micro realtà, che sperimentano e solidarizzano. Come diceva un antico maestro, rabbi Tarfon: «Non spetta a te compiere l’opera, ma non ti è dato sottrartene».    


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