Quarant’anni contro il lavoro

Canone bifido: pensare contro il presente

Quarant’anni contro il lavoro

a cura di Federico Campagna

Quarant'anni contro il lavoro
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Franco Berardi è noto alle cronache come «Bifo», da quando, nel 1977, fu indicato come uno dei responsabili dell’«insurrezione creativa» di Bologna. La ricerca di una liberazione possibile del tempo di vita dalla schiavitù del lavoro salariato percorre quarant’anni della sua attività saggistica: dagli articoli degli anni Settanta, pubblicati su fanzine e libretti autoprodotti, ai saggi sulla formazione della rete negli anni Novanta, fino alle profezie apocalittiche del primo decennio del XXI secolo.

Scritti che, oltre al lavoro, affrontano altrettante questioni fondamentali – la tecnologia e la comunicazione, la poesia, l’arte, la psicoanalisi e la psicoterapia – animati da una passione per la rivolta etica e politica contro lo sfruttamento e il potere e dai quali traspare un’approfondita conoscenza dei filoni emergenti del pensiero filosofico e della ricerca scientifica.

Partendo dalla constatazione che la tecnologia e il sapere riducono il tempo di lavoro necessario, Bifo elabora un’originale visione dei processi tecnici, antropologici e politici, e indica una possibilità di emancipazione che permane possibile nonostante l’involuzione che il neoliberismo ha prodotto nella storia del mondo, e che ora precipita in una forma di fascismo post-moderno.


Un assaggio

Il nomignolo Bifo me l’ha affibbiato mio cugino Angelo.
Lui non conosce il greco quindi non si è reso conto di quello che ha fatto.
Nessuno al mondo può definirsi povero diavolo più propriamente che mio cugino Angelo. Lo mise al mondo una sorella di mio padre che aveva fatto la cantante lirica, poi era morta giovane per un tumore al petto. Il ragazzo crebbe in un orfanotrofio, e nessuno ha mai saputo chi fosse suo padre. Quando fu adolescente, mio cugino Angelo prese a frequentare la mia casa paterna. Quando raggiunsi l’età della ragione ponevo a lui, più grande di me di sei anni, problemi filosofici ai quali lui cercava di rispondere. Un giorno mi suggerì di cambiare nome. Angelo, che allora doveva avere sedici anni, suggerì di prendere la prima e l’ultima lettera del mio cognome e la prima e l’ultima lettera del nome. Ne venne fuori Bifo e la cosa ci parve geniale. Fatto sta che non me ne sono più liberato.
Questa storia me l’ha raccontata lui stesso e non ho motivo di dubitarne. Mi ha telefonato il giorno di Capodanno e mi ha detto che gli hanno tolto le cataratte dagli occhi e che ora ci vede benissimo; così è andato dal libraio e ha comprato l’ultimo libro che un piccolo editore mi ha pubblicato. Qualche anno fa è morta sua moglie ed è rimasto solo nella città di Brescia, che deve essere piuttosto triste per un povero diavolo come lui. Ha fatto lavori umili per tutta la vita e ora ha una piccola pensione di operaio. Quando io avevo diciannove anni, lui finì in galera per furto. Me lo ricordo bene perché in quel periodo andai in galera anche io. Nella stessa prigione cittadina, il vecchio convento di San Giovanni in Monte che mi ha ospitato più volte dentro le sue mura.
Durante la nostra comune permanenza in quel posto ci fu una rivolta dei detenuti. Era l’aprile del ’69 e le guardie picchiarono un certo Ciro, giovinotto nerboruto di San Donato che si dimenava come un animale. In segno di protesta contro il pestaggio, i detenuti si rifiutarono di rientrare dopo l’ora d’aria, e le guardie ci rinchiusero in uno stanzone e ci tirarono dentro dei lacrimogeni. Fu così che io e Angelo ci ritrovammo affumicati e quasi soffocati, e di quell’esperienza non ne abbiamo parlato mai più.
Ma non è di questo che volevo parlare.
Volevo dire soltanto che non sapendo il greco Angelo non si è reso conto che – se nomen è omen – la mia vita era destinata alla doppiezza. Forse alla polisemia per dirlo in maniera più raffinata. O all’ironia.
La parola phemi nell’antico greco significa «dire». Il prefisso «bi», per parte sua, è l’abbreviazione di «bis» che significa «due volte». Bifo significa dunque: colui che parla due volte, o anche colui che parla con lingua biforcuta. A otto anni non conoscevo il greco, per cui solo qualche decennio più tardi mi resi conto del fatto che quel nomignolo mi aveva segnato.
Forse per questo influsso non ho mai dato peso alle parole. Non nel senso che per me le parole abbiano scarsa importanza. Al contrario non smetto un momento di rimuginarle in forma acuminata, ritmata, ridondante, sussurrante, polverizzata, pulviscolare, biascicata, perché non conosco altra cura che l’unguento delle parole per l’angoscia eccitata che sempre mi tormenta le budella.
Le parole sono la cosa più importante di cui io disponga, non ho dubbi.
Ma proprio perché me le porto continuamente dietro non voglio che siano pesanti. Voglio evitare che mi facciano da zavorra, costringendomi a restare abbarbicato al loro significato come se il significato fosse tutto quello che una parola ha da offrire.
La leggerezza è il segreto dell’ironia, non lo scambio di un senso con un altro, ma lo scivolare del senso.
Perciò mi piaceva il titolo che in un primo tempo si era pensato per questo libro: Canone bifido.
È un bel titolo, no?
Beh, sai cosa? Sembra di no. Sembra che un titolo così sia sconsigliabile perché induce il lettore a pensare che si tratti del libro di un tipo infido.
Così, alla fine, si è deciso di lasciare perdere perché pareva un titolo derisorio, quasi una sorta di auto-denigrazione. Può darsi che lo sia, non posso negarlo, ma mi pareva bello proprio per questo. Come puoi prenderti sul serio quando esibisci quarant’anni di lavoro contro il lavoro? Non è forse opportuno segnalare che stiamo giocando, che tutto questo lavoro contro il lavoro è un gioco, che tutta questa tormentosa ricerca di un senso, di una direzione, di una profondità non è che un gioco?
Bifido è una parola sdrucciola (quanto mi piacciono le parole sdrucciole) che non si usa, se non in casi eccezionali, per indicare un organo biforcuto.
E il lettore deve imparare a stare in guardia, deve sapere che le parole non sono cartelli indicatori che ti conducano da qualche parte con certezza. Sono sensori lanciati nell’abisso per misurarne la profondità.

ISBN: 978-88-6548-197-4
PAGINE: 320
ANNO: 2017
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Contro-culture, Economia e lavoro, Filosofia
Autore

Franco Berardi (Bifo)

Franco Berardi (Bifo), fondatore della storica rivista «A/traverso», foglio del movimento creativo di Bologna, e tra gli iniziatori di Radio Alice, è autore di numerosi saggi su trasformazioni del lavoro, innovazione e processi comunicativi. Tra i suoi libri: La nefasta utopia di Potere Operaio (1997), Alice è il diavolo. Storia di una radio sovversiva (2002), Un’estate all’inferno (2002), La fabbrica dell’infelicità (2001), Telestreet. Macchina immaginativa non omologata (insieme a Jacquement e Vitali, 2003), Quarant'anni contro il lavoro (DeriveApprodi, 2017), Il secondo avvento (2018).

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