Quel che il futuro dirà di noi

Come può nascere una nuova sinistra comunista?

Quel che il futuro dirà di noi

Idee per uscire dal capitalismo in crisi e dalla seconda Repubblica

ESAURITO
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Seconda edizione riveduta e ampliata
Con prefazione di Oskar Lafontaine e postfazione di Giorgio Galli

La sinistra comunista ha ancora qualcosa da dire? Decisamente sì, risponde Paolo Ferrero.

Perché il neoliberismo che sembrava trionfante è precipitato nella più grave crisi della storia, e nessuno – ai piani alti – sa come uscirne. Alla crisi economica, infatti, se ne sommano altre: climatica, ambientale, energetica, dei rapporti sociali. E l’umanità si trova di nuovo davanti al bivio tra socialismo o barbarie. Ma l’orizzonte della scarsità delle risorse pone il problema in modo diverso, più drastico. Richiede un di più di scienza e coscienza, di giustizia ed eguaglianza. Il socialismo torna quindi con prepotenza l’unica alternativa teorica possibile.
Ma proprio gli eredi di questa tradizione – in Italia più che in altri paesi – escono da una sconfitta senza precedenti, che li ha fatti quasi scomparire dalla scena politica.
Ferrero ripercorre gli ultimi tre decenni della storia del nostro paese, interrogandosi sulla serie di scelte che hanno determinato infine la frantumazione e l’emarginazione della sinistra. Fino all’assunzione del punto di vista dell’avversario. Una «sindrome» di cui invita a liberarsi in fretta, riconquistando quell’autonomia culturale e politica indispensabile per rappresentare davvero un’alternativa generale, capace di rompere le trappole del bipolarismo e del populismo: ovvero di quanto ha permesso la «resistibile ascesa» del potere berlusconiano.


Un assaggio

La domanda da cui partire è obbligata: perché è così profonda la crisi della sinistra italiana?
La mia tesi di fondo è che la sinistra in Italia, più che sconfitta, si è dissolta. Le sconfitte possono dar vita a un ripensamento critico, a una ricerca degli errori per correggerli e ripartire. In Italia, invece, nella parte maggioritaria delle sinistre, dalle sconfitte si è usciti a senso unico, con la progressiva assunzione del punto di vista dell’avversario. Non si è ripensato criticamente nulla, si è semplicemente buttato via tutto. Senza distinzioni tra buone ragioni e cattive pratiche, tra spinte genuine e autoritarismi privi di ogni giustificazione.
In Italia è risuonato in questi anni, in un lungo ciclo oramai trentennale, una specie di «guai ai vinti», in cui la forza è diventata metro di misura della ragione. Il problema principale della sinistra non è quindi la sua sconfitta – da cui si può sempre ripartire – ma la sua dissoluzione nella contraddittoria e progressiva assunzione del punto di vista dell’avversario. In nome della vittoria e dello stare al passo con i tempi si è passati di sconfitta in sconfitta fino alla dissoluzione del senso di sé.
Questo spiega in larga parte la resistibile vittoria della destra e la sua egemonia: nella misura in cui non esiste più un credibile punto di vista alternativo, incarnato in passione e organizzazione, l’unica narrazione possibile è quella dominante, che tende ad assumere i connotati dello spirito del tempo. La vera forza della destra è da ricercare innanzitutto – certo non solo – nella debolezza strategica della sinistra che abbiamo alle spalle.

La destra italiana è cresciuta nell’arco degli ultimi trent’anni sull’onda di un rovesciamento drastico dei rapporti di forza tra le classi, che data almeno dalla «grande ristrutturazione industriale» avvenuta dalla fine degli anni Settanta. Ma è anche riuscita a imporre la sua narrazione del mondo come «senso comune» di tutta la società, fino ad apparire come l’unico interprete del «cambiamento». Lo sforzo della sinistra di aderire anche ideologicamente all’«immutabilità» del presente capitalistico l’ha lentamente fatta diventare – anche agli occhi delle classi subalterne, abbandonate a se stesse – l’immagine della «conservazione». Parallelamente, mettendo in atto o avallando politiche profondamente sbagliate, ha contribuito alla distruzione della forza dei lavoratori dipendenti, della classe operaia e dei movimenti antagonisti di questo paese. Ha insomma segato il ramo che aveva contribuito a far crescere e su cui era stata seduta per un secolo. Alla fine il cerchio fra errori politico-culturali e sradicamento sociale si è chiuso, determinando lo spaesamento attuale, dove è in gioco la sopravvivenza stessa.

L’avversario ha (quasi) sempre ragione?

Questo libro, volendo provare a individuare alcune piste di lavoro per ricostruire una efficace presenza politica comunista e della sinistra, parte quindi dall’analisi degli errori. Solo analizzandoli, infatti, si può evitare di ripeterli al fine di fondare su più solide basi un progetto politico. è vero, questo lavoro non è sufficiente per darsi una strategia vincente per il domani. Troppi generali sono bravissimi a spiegarti oggi come vincere l’ultima guerra che hanno perso ieri. Sovente però perdono anche quella successiva, perché analizzano gli errori fatti nel passato, ma non tengono in conto le modifiche nel frattempo intervenute.
Il punto non è quindi pensare che un’analisi critica del passato sia sufficiente a dotarsi della «linea giusta», né tanto meno il pensare che si tratti semplicemente di «tornare» al passato. La comprensione degli errori del passato è condizione necessaria – ma non sufficiente – per costruire un progetto politico antagonista nel futuro. Gli errori non compresi portano semplicemente alla confusione e al disorientamento. Dai primi si può capire qualcosa, dalla confusione no. Quindi, analisi della sconfitta come presupposto di una elaborazione politica, non come suo sostituto.

ISBN: 978-88-6548-009-0
PAGINE: 180
ANNO: 2010
COLLANA: Fuori Fuoco
TEMA: Debito e crisi, Economia e lavoro
Autore

Paolo Ferrero

È nato a Pomaretto (To) nel 1960. Operaio e poi cassaintegrato Fiat, valdese, obiettore di coscienza, è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Evangelica Valdese. Ha ricoperto ruoli di direzione politica in Cgil e Democrazia proletaria. È stato Ministro della solidarietà sociale del secondo governo Prodi e oggi è segretario nazionale del Partito di rifondazione comunista.

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