Rata nece biti (La guerra non ci sarà)

Vincitore del David di Donatello come miglior documentario di lungometraggio nel 2009 e del Premio speciale della Giuria al 27° Torino Film Festival.

Rata nece biti (La guerra non ci sarà)

Film + libro

Rata nece biti (La guerra non ci sarà)
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La notte di capodanno Zoran, 28 anni, vaga per la città di Sarajevo. La sua mente torna all’infanzia dolorosa di giovane serbo, il cui padre ha combattuto nell’esercito bosniaco. Nel villaggio di Suceska, Mohamed, guardia forestale, pascola il suo gregge negli stessi boschi attraverso i quali è fuggito al momento della caduta di Srebrenica. Ex soldato bosniaco, Aziz, miracolosamente scampato ai massacri, si reca al villaggio della madre, sulle rive della Drina, il fiume che separa la Bosnia dalla Serbia. A Tuzla, l’International Commission of Missing Persons conserva i resti esumati dalle fosse comuni e tenta di risalire all’identità dei caduti, per poter finalmente consegnarne le spoglie alle famiglie. Il documentario si compone di dieci storie insieme private ed emblematiche che parlano della Bosnia di oggi, profondamente segnata dal conflitto eppure capace di trovare la forza di vivere.

Con il libro

Rata nece biti

Rata nece biti è anche  un libro-reportage su cosa significhi continuare a vivere in un paese devastato dalla guerra e incapace di fare i conti con quel passato. Il paese in questione è la Bosnia di oggi e la guerra è quella che ha sconvolto i paesi della ex Jugoslavia poco meno di vent’anni fa.  Con testi di Daniele Gaglianone (regista del film), Luca Rastello (scrittore e giornalista torinese), Nicole Janigro (saggista) e Gianfranco Bettin (scrittore).


Un assaggio

Materiale resistente
Intervista di Dario Zonta a Daniele Gaglianone

Rata nece biti (la guerra non ci sarà) è un film documentario di oltre 170 minuti fatto di interviste a testimoni di diverse generazioni colti nel loro quotidiano, sulla guerra in ex Jugoslavia.

Detto così, il film del regista Daniele Gaglianone potrebbe sembrare un’inossidabile operazione documentaria, titanica e noiosissima. Invece è esattamente il contrario! Rata nece biti è uno dei più forti, potenti, ambiziosi documentari italiani degli ultimi tempi, capace di allargare l’orizzonte di questa forma cinematografica. È a metà fra il documentario epico e la soap opera. Della soap, intesa nella sua accezione originaria di dramma seriale, ha la lunghezza e la possibilità di essere divisa in parti, puntate, con i capitoli che coincidono con i personaggi raccontati attraverso dei veri e propri ritratti. Dell’epica ha la sostanza dell’incredibile e drammatica avventura umana toccata in sorte alle persone comuni, sopravvissute alla guerra. Ora, non senza comprendere la radicalità della scelta, abbiamo deciso di parlare con l’autore di questa docu-opera perché, al di là del formato e del genere, è un documentario toccante e importante sulla ferita ancora aperta della guerra nella ex Jugoslavia e sul terribile mandato resistenziale a cui sono chiamati i molti superstiti di quell’esperienza. Il lavoro (prodotto dalla Babydocfilm insieme a Gianluca Arcopinto) è stato presentato a Locarno nella sezione Ici et Ailleurs, e poi al Torino Film Festival dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria. Non sappiamo dove e quando lo si potrà vedere ancora, ma ci auguriamo che qualche editore illuminato decida di diffonderlo.

Come sei arrivato a raccontare la ex Jugoslavia e perché?

Erano dieci anni che, senza saperlo, mi preparavo a questo documentario. Il primo contatto con la Jugoslavia risale al 1998, quando sono andato a Sarajevo e l’atmosfera che si respirava, a tre anni dalla fine della guerra era ben lontana da quella riportata dai giornali e dalle televisioni. Andando lì mi sono reso conto che non avevo capito niente di quello che era successo sebbene la mia attenzione e partecipazione fosse alta perché la guerra in Jugoslavia è quella che più ha caratterizzato la mia generazione. Io mi vergogno, anche come cittadino, di non essere andato lì durante la guerra come hanno fatto molte persone. Allora, per dieci anni mi sono documentato, ho letto, studiato e ho incontrato molte persone a Torino, città dove vivo, sia profughi sia coloro che li hanno accolti.

Su questa esperienza d’accoglienza, Luca Rastello (giornalista torinese) ha scritto un libro tra i più belli sulla guerra in Jugoslavia vista dall’Italia.

Quello di Rastello è forse uno dei migliori interventi sull’argomento. È successo, poi, che nel 2007 Enrico Giovannone e Andrea Parena della Babydocfilm, mi hanno chiesto di girare un film su un villaggio sopra Srebrenica, nella Repubblica Srpska della Bosnia Erzegovina, sul ritorno a casa dei profughi musulmani, diritto previsto dagli accordi di Dayton del 1995. Ma quando siamo andati là mi sono accorto che c’erano gli elementi per un film di più ampio respiro.

Quando si parla di ex Jugoslavia è facile cadere nella logica di parte, sposare una causa. In Rata nece biti questo non avviene, non c’è una tesi da svolgere, bensì un ascolto da attivare.

Non volevo fare un documentario che raccontasse dall’alto la situazione nella Bosnia Erzegovina, dove l’autore dicesse la sua posizione in modo esplicito. Mi sono fatto un’idea chiara su quello che è successo ed ho una posizione, ma non mi interessa dire la mia. Sarebbe stato come entrare dentro una casa senza chiedere il permesso. Volevo, invece, far tesoro della mia conoscenza e metterla al servizio di una struttura che partisse dalle cose che incontravo, e non il contrario. Per questo ho lavorato su un meccanismo semplice: una serie di frammenti di micro-documentari autonomi, che messi insieme dessero un’immagine di quella situazione. Ogni testimone racconta la sua storia, ma raccolta e filtrata da chi era lì in quel momento. Ho cercato di far tesoro della lezione di Kapuscinski che diceva: il modo migliore per entrare in sintonia con ciò che vuoi raccontare è quello di sparire. Ma il film non è solo il racconto dei testimoni, è anche il racconto dell’impressione che ho avuto incontrandoli. All’inizio non volevamo parlare necessariamente della guerra; anzi, eravamo convinti di non doverlo fare anche per rispetto nei confronti della gente. Volevamo indagare il presente. Ma poi ci siamo accorti che il presente non esiste perché il passato sembra non riuscire a passare… e quindi ci siamo «arresi» e, come dice uno dei nostri personaggi «qui non è finita la guerra, semplicemente non si spara più»…

ISBN: 978-88-6548-028-1
PAGINE: 96
(film 170 minuti)
ANNO: 2011
COLLANA: Cinema Autonomo
TEMA: Arte, Guerra e geopolitica
Autore

Daniele Gaglianone

Daniele Gaglianone
Daniele Gaglianone (1966) dai primi anni Novanta collabora all’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza per il quale realizza, tra il ’91 e il ’97, numerosi documentari. In questi anni gira numerosi cortometraggi: tra questi L’orecchio ferito del piccolo comandante (1994), menzione speciale al Festival di Locarno 1995. Nel 1998 collabora alla sceneggiatura e lavora come assistente alla regia del film Così ridevano di Gianni Amelio, Leone d’oro alla Mostra di Venezia. Del 2000 è l’esordio nel lungometraggio con I nostri anni, selezionato alla Quinzaine des Réalisateurs del festival di Cannes 2001 e vincitore del Jerusalem Film Festival 2001 e della Sacher d’oro per la miglior opera prima. Nel 2004 il suo secondo lungometraggio Nemmeno il destino partecipa nella sezione Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia. Nel 2005 Nemmeno il destino vince il Tiger Award all’International Film Festival di Rotterdam e il Premio Speciale della Giuria al Festival di Taipei a Taiwan. Nel 2010, il suo film Pietro partecipa al Festival del cinema di Locarno e inaugura la collana Cinema autonomo italiano. Con Ruggine, nel 2011, partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia.
RASSEGNA STAMPA

"Rata Nece Biti" da Close-up.it

Recensione di Andrea Ranelletti a "Rata Nece Biti" di Daniele Gaglianone - da Close-up.it Storie della visione, 14 febbraio 2011

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"Viaggio negli incubi della Ex Yugoslavia" da Quotidiano Piemontese

Recensione di Davide Mazzocco a "Rata Nece Biti" di Daniele Gaglianone - da Quotidiano Piemontese, 05 aprile 2012

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