Sabotaggio negli Usa

«Storia delle pratiche di sabotaggio in America»

Sabotaggio negli Usa

Storie di estraneità, rifiuto del lavoro, autodifesa e vendetta

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Il sabotaggio spontaneo e diffuso è il male incurabile dell’impero americano, ciò che logora dall’interno la sua organizzazione sociale. Mentre la ricerca di lavoro viene declamata come la principale delle aspirazioni umane, si dimentica che la forma di lotta più antica – nata ben prima dello sciopero – è il sabotaggio.
Le decine di voci che narrano le storie qui raccolte sono il coro di lavoratori di ogni tipo: dall’operaio al «colletto bianco», dal cassiere di banca allo strillone, dall’impiegato statale al lavoratore del settore privato. Le pratiche di sabotaggio vanno dal piccolo furto all’introduzione di virus elettronici nei sistemi informatici, dal riposo non autorizzato alla distruzione di beni dell’azienda. I moventi sono i pesanti carichi di lavoro, i salari bassi, le cattive politiche delle direzioni, le angherie e i maltrattamenti delle gerarchie, la noia e l’alienazione. Ad accompagnare i racconti ci sono citazioni da articoli di quotidiani e riviste, manuali di management, aforismi, poesie, proverbi, testi di canzoni e statistiche riferite al lavoro e al sabotaggio.


Un assaggio

Nel 1987 risposi a un’offerta di lavoro: si trattava di smistare la corrispondenza negli uffici di una rivista finanziaria di San Francisco. Dato che leccare buste non richiede una grande esperienza e io ero il primo della fila, ottenni il posto. Il colloquio con il supervisore dell’ufficio fu solo una formalità. Parlammo soltanto della mia paga d’avvio (4,75 dollari all’ora), che bastava a malapena per sopravvivere. Non ne parlammo esplicitamente, ma il supervisore e io sapevamo benissimo che, se non accettavo io, in fila ce n’erano altri venti disponibili. Come molte altre persone, avevo un disperato bisogno di lavoro, così accettai. Il supervisore mi diede una copia del regolamento per gli impiegati, mi diede la mano e disse: «Benvenuto nella squadra!». Capii di essere nei guai. La compagnia stava crescendo e cambiando velocemente. Nuovi settori venivano aperti uno dopo l’altro, mentre quelli vecchi venivano chiusi. Anche nelle giornate più tranquille, l’ufficio era un caos. La compagnia non dava quasi mai aumenti o promozioni, era molto esigente nei confronti degli impiegati e licenziava senza pensarci due volte. Il ricambio del personale era rapidissimo, era impossibile tenere il conto di chi era dentro e chi era fuori. Non ho mai visto nessuno dimettersi, quasi tutti avevano bisogno di lavorare, e qualunque lavoro era meglio di niente. Il reparto posta era nel seminterrato – una collocazione appropriata. Le quattro persone con cui lavoravo mi spiegarono subito che eravamo l’ultima ruota del carro aziendale. Eravamo lì per smistare la posta, ma se un dirigente voleva far spostare la sua scrivania o se occorreva sistemare un cesso che perdeva, era noi che chiamavano. Nelle poche occasioni in cui tutti ricevevano gratifiche, a noi mandavano giù delle pizze. Il nostro impegno verso la compagnia era minimo. Ci interessava solo ricevere lo stipendio, nient’altro. Pian piano compresi che tutti i reparti avevano lo stesso atteggiamento. L’insoddisfazione partiva dal nostro seminterrato e risaliva fino alla scrivania della segretaria del direttore esecutivo. Al malcontento s’abbinava un’eguale quantità di sabotaggio. La macchina affrancatrice, le linee telefoniche interurbane e i conti spese erano considerati proprietà comune. Le forniture per l’ufficio sparivano in pochi giorni, come del resto i mobili e un paio di computer. Le pause pranzo erano lunghissime, e la gente cazzeggiava il più possibile. Alcuni impiegati trovavano anche modi più insoliti di esprimere la propria insoddisfazione: un giorno cominciò a girare la voce di imminenti tagli ai salari, e il mattino dopo i serbatoi dell’acqua potabile vennero riempiti di bagnoschiuma. Nella reception ci fu un’inondazione di schiuma bianca, e di fronte allo sgomento dei manager dovemmo trattenerci per non scoppiare a ridere. Come al solito, toccò a noi della posta sistemare quel casino. I miei due anni in quell’azienda mi diedero l’ispirazione per questo libro. Mi trovavo in un tipico posto di lavoro americano, testimone di un sabotaggio esteso a ogni livello del personale. Ciò rifletteva l’atteggiamento dei dipendenti verso la compagnia, e rendeva meno intollerabile il loro lavoro. Il sabotaggio era parte della routine quotidiana di quasi tutti i dipendenti, ed era tanto frequente da non essere nemmeno visibile. Non credo che i dirigenti capissero cosa stava succedendo, nemmeno i più attenti di loro. L’idea-base di questo libro – documentare le reazioni alle frustrazioni e ai conflitti quotidiani dello sbarcare il lunario in America – non è cambiata. Sapevo che ciò di cui ero stato testimone non era insolito. Chiunque abbia lavorato sa che la frustrazione è una caratteristica comune a quasi tutti i lavori in America. Volevo che il libro contenesse un vasto campionario di aneddoti – diversi tipi di sabotaggio da parte di diversi lavoratori -, quindi optai per una definizione di sabotaggio in senso lato, cioè qualunque cosa venga fatta sul lavoro ma che non dovrebbe essere fatta. Certo, quella dei serbatoi era una gran bella storia di sabotaggio, ma ero altrettanto affascinato dall’irreprensibile videoterminalista che si aggiungeva ore extra sul cartellino, o dal grafico che scendeva regolarmente al reparto posta per fare quattro chiacchiere anziché starsene seduto alla sua scrivania, per non parlare del tranquillo ragioniere di mezza età che mi fece spedire i suoi regali di Natale a spese della compagnia. Lo fece perché sapeva che l’avrebbe fatta franca o perché pensava che la compagnia gli dovesse qualcosa? Quando si parla di sabotaggio non sono queste le prime persone che vengono in mente, ma se il capo era di cattivo umore era con loro che se la prendeva. E poiché i dirigenti li ritenevano sacrificabili, erano i primi ad avere i salari tagliati. Volevo ascoltare le loro storie, scoprire qual era il loro limite di sopportazione e sentire le loro definizioni di sabotaggio.

ISBN: 88-87423-02-4
PAGINE: 208
ANNO: 2002
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Contro-culture, Economia e lavoro
Autore

Martin Sprouse

Martin Sprouse è esperto di storia orale del movimento operaio americano extrasindacale e libertario.

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