Sovranismi

Può esistere un sovranismo democratico e «di sinistra?»

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Stato, popolo e conflitto sociale

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Il conflitto tra sostenitori del sovranismo e dell’europeismo è sempre più aspro e sempre più attuale. Le tesi più diverse si accavallano, si confrontano e si combattono.
Questo libro disegna il profilo di un possibile sovranismo declinato da sinistra.
Un sovranismo pienamente democratico da contrapporre al sovranismo autoritario proposto dalle destre europee.
Le società in balìa dei mercati reagiscono naturalmente per ripristinare il primato della politica sull’economia e per riaffermare la propria dimensione nazionale.
Questo può avvenire da destra, con gli Stati nuovamente impegnati a combattersi per la conquista dei mercati e a riscoprire identità violente e premoderne.
Ma può realizzarsi anche da sinistra, con la dimensione nazionale recuperata per combattere i mercati e per riattivare la sovranità popolare cui rinvia il costituzionalismo antifascista
e il conflitto sociale indispensabile a ripoliticizzare l’ordine economico. L’Unione europea, in quanto presidio dell’ortodossia neoliberale, è irriformabile.
La sinistra deve finalmente riconoscerlo per sottrarre alla destra la gestione di questo passaggio epocale e per consentire alla dimensione nazionale di ripristinare il primato della democrazia sui mercati.


Un assaggio

Un altro europeismo

L’opzione sovranista qui descritta e auspicata non ha nulla a che vedere con la volontà di proporre o riproporre chiusure nazionaliste, che in quanto tali concepiscono la rivendicazione dei confini come fine a se stessa. Se i confini devono tornare a contare, è perché sono uno strumento indispensabile a riattivare la sovranità popolare cui rinvia la Costituzione, e a monte il conflitto sociale da cui dipende il presidio dei suoi valori(193). Perché entrambi costituiscono un motore di democrazia politica ed economica, irrimediabilmente oppresse dagli sconfinamenti riconducibili all’azione delle organizzazioni internazionali e sovranazionali al servizio di «quel misterioso network che noi chiamiamo mercato»(194).
Sappiamo che la stessa costruzione europea, sorta nei Trenta gloriosi, è stata inizialmente concepita in modo tale da lasciare spazio a qualche forma di resistenza alle istanze del mercato autoregolato: i Trattati menzionano la piena occupazione accanto al controllo dell’inflazione come finalità delle politiche economiche, che dunque avrebbero potuto alimentare il compromesso keynesiano e ispirare poi politiche monetarie coerenti con un simile obiettivo. Sappiamo poi che per rovesciare il compromesso si sono definite politiche economiche ossessionate dalla stabilità dei prezzi, per imporre così politiche fiscali e di bilancio incentrate sul controllo del deficit e del debito. Possiamo ora aggiungere che il recupero della sovranità popolare ben potrebbe consentire di riavvolgere il nastro di questa storia e alimentare un «europeismo costituzionale»(195): potrebbe riportare in auge politiche nazionali di piena occupazione da porre alla base di una diversa costruzione europea, entro cui sviluppare politiche monetarie aperte al sostegno della domanda e dunque alla redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso. Il che potrebbe valere anche per gli Stati, se anche qui si tornasse alle idealità precedenti lo spirito di Maastricht: quando si pensava che la definizione di una politica economica comune ai paesi europei dovesse consentire a ciascuno di loro di «trovare al momento opportuno e senza indugio, presso i suoi partner della Comunità, i finanziamenti che lo aiuterebbero a far fronte alle proprie difficoltà»(196). Senza subire il ricatto dell’assistenza finanziaria condizionata, buona ad alimentare il macabro mercato delle riforme, ma non certo a determinare trasferimenti di risorse in chiave solidaristica dalle aree ricche a quelle meno ricche.
Rivendicare politiche monetarie comuni non equivale però a richiedere una moneta unica, dal momento che la sovranità monetaria è indispensabile a riequilibrare i differenziali di competitività, obiettivo altrimenti ottenuto accanendosi sul lavoro. Si può obiettare che una moneta unica sarebbe sostenibile se solo si evitassero le contraddizioni insite nelle aree monetarie non ottimali, come inevitabilmente è l’Eurozona, ad esempio imponendo ai paesi in surplus di operare per riequilibrare la bilancia dei pagamenti dei paesi in deficit. E magari se si affiancasse a questo obbligo un sistema di condivisione dei debiti, ad esempio attraverso l’emissione di titoli garantiti in solido dai paesi dell’Eurozona. Peraltro la formulazione di un obbligo di intervento da parte dei paesi in surplus è del tutto irrealistico, se si pensa che il paese direttamente interessato, la Germania, neppure è disponibile a rispettare i limiti generosi previsti nell’ambito dell’Unione economica e monetaria. Altrettanto irrealistico è pensare all’emissione di titoli garantiti in solido. Una simile proposta era stata formulata alcuni anni or sono dall’allora Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, che l’aveva prudentemente subordinata alla realizzazione di «tutti gli strumenti necessari per garantire integrazione e disciplina»(197). Si è ciò nonostante infranta contro l’invincibile ostilità tedesca, come sappiamo accompagnata dall’elaborazione di un piano per l’abbandono dell’Eurozona da parte della Germania, convinta di sostenere in tal modo costi meno elevati rispetto a quelli riconducibili alla condivisione dei debiti.
Si torna pertanto al punto di partenza, ovvero alla constatazione che l’Unione europea, in quanto dispositivo neoliberale al servizio soprattutto degli interessi tedeschi, è irriformabile, motivo per cui occorre smontarla proprio al fine di salvare e rilanciare l’idea di una costruzione europea democratica e solidale.

(194) R. Dahrendorf, Dopo la democrazia, cit., p. 14.
(195) A. D’Attorre, Sovranità non è una parola maledetta, cit.
(196) Memorandum della Commissione sul coordinamento delle politiche economiche e la cooperazione nell’ambito della Comunità, «Bollettino delle Comunità europee», n. 13, suppl. 3, 12 febbraio 1969, p. 3 segg.
(197) Cfr. Rinnovamento europeo-Discorso sullo stato dell’Unione del 28 settembre 2011.

ISBN: 97-88-6548-256-8
PAGINE: 168
ANNO: 2018
COLLANA: Fuori Fuoco
TEMA: Europa
Autore

Alessandro Somma

Alessandro Somma, già ricercatore del Max Planck Institut für Europäische Rechtsgeschichte di Francoforte sul Meno, è professore ordinario di diritto comparato nell’Università di Ferrara. È giornalista pubblicista e collaboratore di testate locali del Gruppo Espresso.
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