St. Pauli siamo noi

La rivoluzione del tifo.

Nuova edizione

St. Pauli siamo noi

Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo

St. Pauli siamo noi
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St. Pauli è il nome del quartiere portuale di Amburgo e della sua squadra di calcio. Un quartiere segnato da mille contraddizioni: da sempre punto di forza dello sviluppo commerciale della città e luogo di lotta; focolaio di resistenza all’ascesa delle squadre naziste e sede di insurrezioni sempre fallite.
Nella prima metà degli anni Ottanta il quartiere è segnato da miseria e abbandono, ma rinasce attraverso i palazzi occupati della Hafenstraße, roccaforte del movimento autonomo e crocevia di tutte le battaglie politiche e sociali dell’epoca, e il Millerntor, piccolo stadio di calcio, all’interno del quale, sotto la bandiera dei pirati e al grido di «Mai più guerra, mai più fascismo, mai più serie C», prende forma una nuova tifoseria e un nuovo modo di intendere il calcio.
Il St. Pauli FC, squadra con la fama di «club di perdenti», diventa così la bandiera calcistica della sinistra radicale, della scena squat, degli antagonisti e dei punk dell’intera Germania. Grazie ai tifosi e alle loro battaglie contro il razzismo, prima sulle gradinate e poi all’interno della struttura societaria, il St. Pauli FC diventa il simbolo di una comunità sincera, capace di esprimere la passione popolare per un calcio liberato da ogni forma di discriminazione.
Un libro che non è solo il ritratto di una tifoseria simbolo internazionale di antagonismo, ma anche la storia di un quartiere da sempre ribelle che, negli anni Ottanta, diventa il luogo di maggiore concentrazione della scena radicale tedesca.


Un assaggio

Sankt Pauli, la prima volta – agosto 2004

I rintocchi di campana a morto e il riff di Hells Bells degli AC/DC segnano l’inizio della festa. Le squadre escono dagli spogliatoi e a passo lento si dirigono verso il centrocampo. L’arbitro guida la piccola carovana dei giocatori che passa a pochi metri dalla tribuna.
Poco prima, da una vera e propria baracca sopraelevata fatta di lamiere, nei pressi della tribuna centrale, lo speaker, travestito da Fidel Castro, aveva annunciato le formazioni.
Lo stadio è completamente gremito. La struttura è molto vecchia. Trasuda semplicità e calore. Gli spalti sono raccolti attorno al prato verde illuminato dagli ultimi raggi di sole. È un tardo pomeriggio di agosto e in Germania sono tutti contenti di poter girare in pantaloncini e maglietta. Le curve hanno solo una quindicina di gradoni piatti, le mitiche terraces inglesi, e sono nettamente più basse degli alberi che addobbano i vialetti che circondano lo stadio.
Gli spettatori sono accalcati uno affianco all’altro. Una delle due tribune è attrezzata con delle panche di legno. L’altra, quella dietro le panchine, nella parte più alta ha soltanto poche file di seggiolini, per il resto tutti posti in piedi. I quattro riflettori della luce, agli angoli dello stadio, sono protesi verso il terreno di gioco. In lontananza si stagliano le gru del porto di Amburgo. Un piccolo catino, poco meno di 20.000 posti, ma per una partita di terza divisione tedesca mi sembra una cosa pazzesca.
Sono stato una mezz’ora fuori lo stadio a scolare birre come fossero bicchieri d’acqua e a osservare centinaia di persone che, come me, aspettavano l’inizio della partita. Punk, metallari con le borchie e gilet di pelle, anarchici, fricchettoni, skinhead, donne, bambini biondissimi che camminano appena, persone comuni.
Chi parla, chi ride, chi canta, chi fuma, chi distribuisce fanzine.
Un’atmosfera allegra, goliardica. Il fatto che quasi tutti abbiano una maglietta nera con un grande teschio bianco con le tibie incrociate mi provoca un senso di tranquillità e familiarità. Sono in un posto lontano migliaia di chilometri da casa, dalle mie cose. Sono da solo, non conosco nessuno, eppure mi sento tra amici.
In campo i giocatori sono rudi, ma ci mettono l’anima. La partita è noiosa, ma sugli spalti la compagnia è ottima. Appena oltre la scalinata, il pubblico va e viene dal chioschetto che non smette di spillare birre. C’è euforia, la gente ha il sorriso sulle labbra. Siamo a pochi metri dal terreno di gioco, così vicini che si sente il profumo dell’erba. Si tifa a gran voce. Gli ultrà si trovano nella tribuna alle spalle delle panchine, la Gegengerade. Un bandierone nero con un gran Jolly Roger non smette di volteggiare sopra le teste dei supporter. Il gol del momentaneo vantaggio viene accolto dall’intro di Song2 dei Blur, che dà il via a qualcosa molto simile al pogo. Giusto il tempo di riassettare le birre e tutto torna come prima. L’addetto al tabellone aggiorna il risultato mettendo un grande «1» sotto lo stemma del St. Pauli. Al gol, i vicini di posto, ragazzi della mia età, mi abbracciano e mi portano a prendere l’ennesima birra. Durante il secondo tempo gli avversari dell’Holstein Kiel raggiungono il pareggio, ma l’atmosfera rimane calda. Al triplice fischio dell’arbitro i giocatori salutano il pubblico che li ha sostenuti facendo un giro di campo. La serata è solo all’inizio. I ragazzi che ho conosciuto mi chiedono se ho voglia di fare un giro per il quartiere, sono di St. Pauli e non smettono di chiedermi del calcio e della politica in Italia.
Tutti i tifosi si spostano per le stradine del quartiere a pochi metri dallo stadio. Fuori dai pub e dai chioschetti turchi si formano capannelli. C’è parecchia gente anche nei ristoranti. Un’atmosfera di festa con echi di risate che giungono da tutte le parti. Ci fermiamo anche noi per far rifornimento di birra e scambiare quattro chiacchiere. Rimango incantato a sentire i racconti di questa scalcinata squadretta. Guardo negli occhi di chi parla e ci trovo qualcosa che tutti noi stavamo cercando: una squadra di calcio di quartiere che si è modellata dall’incontro di attivisti politici, punk e antifascisti. A Sankt Pauli hanno completamente reinventato il modo di tifare e di fare socialità, fino a farne un simbolo di antagonismo conosciuto in tutto il mondo. Il St. Pauli prima di essere una squadra
di calcio è una comunità e uno stile di vita. Qui non conta il campione milionario e non contano i 3 punti, contano i tifosi. Attraverso il tifo per questa squadra di calcio, la comunità di St. Pauli ha rappresentato, sul finire degli anni Ottanta, un traino politico capace di tenere accesa una stagione di antagonismo che volgeva al termine. Successivamente è diventata un assoluto punto di riferimento nel quartiere anche per quanto riguarda l’attività sportiva: dal rugby al ciclismo, dalla boxe al calcio per i non vedenti. Un’associazione che vive il quartiere e che è vicina a chi è in difficoltà, come i disoccupati e i migranti. Le uniche persone non gradite sono i fascisti, e dell’antifascismo a St. Pauli ne hanno fatto un segno distintivo, proprio quando in tutta la Germania imperversavano i rigurgiti neonazisti.

ISBN: 978-88-6548-304-6
PAGINE: 223
ANNO: 2019
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Contro-culture, Sport ma non solo
Autore

Marco Petroni

Marco Petroni (1979) è laureato in Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza. Insegnante e operatore sociale. Tifoso di curva. Frequenta e tifa St. Pauli dal 2004. Questo è il suo primo libro.
RASSEGNA STAMPA

«St. Pauli siamo noi» su @Trentino - Alto Adige

Qui la recensione di Carlo Martinelli.


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