Stop mobbing

Stop mobbing

Resistere alla violenza psicologica sul luogo di lavoro

ESAURITO
€8,80
€10,33
Lista dei desideri

Un capo tiranno? Un conflitto aperto con i colleghi? Una sensazione di isolamento e preoccupanti sintomi psicosomatici? Forse sei vittima del mobbing, una strategia di terrorismo psicologico da ufficio. Il mobbing colpisce ogni tipo di lavoratore, anche i migliori e i più produttivi, con attacchi violenti o persecuzioni subdole. I suoi effetti estremi (depressione, suicidio) e i suoi costi sociali ne fanno un fenomeno davvero preoccupante. Come resistere a questa violenza di sottofondo del mondo aziendale attuale? Forse «ripensando il lavoro» per comprendere i cambiamenti che rendono il mobbing sempre più diffuso e riconoscibile.
Prima che venisse usato il termine mobbing per descrivere i comportamenti irrazionali o contrari alle regole della civiltà nei luoghi di lavoro degli anni ’90, il disagio lavorativo veniva solitamente spiegato servendosi del modello dominante, preso in prestito dalla psicologia, dello «stress lavorativo». E’ noto che la categoria dello stress interpreta le malattie lavorative come disfunzioni del corpo e della organizzazione dell’azienda, alle quali si può rimediare per mezzo di una terapia che riallinei la macchina-uomo e la macchina-organizzazione. Le spiegazioni in termini di stress generalmente mettono l’accento sulla personalità psico-sociale come indicatore chiave di una situazione di disagio effettivamente vissuta, e sulla responsabilità personale dei manager nel provocare stress e disagi fisici. Gli studi sullo stress, che tendono a concentrarsi su vittime posizionate nei gradi inferiori della scala gerarchica,sono per lo più positivistici, carichi di pretese di legittimazione pseudo-scientifica. I veri e propri studi sul mobbing tendono invece a mettere sotto accusa i dirigenti prevaricatori implicati in abusi di potere.


Un assaggio

Prima che venisse usato il termine mobbing per descrivere i comportamenti irrazionali o contrari alle regole della civiltà nei luoghi di lavoro degli anni ’90, il disagio lavorativo veniva solitamente spiegato servendosi del modello dominante, preso in prestito dalla psicologia, dello “stress lavorativo”. E’ noto che la categoria dello stress interpreta le malattie lavorative come disfunzioni del corpo e della organizzazione dell’azienda, alle quali si può rimediare per mezzo di una terapia che riallinei la macchina-uomo e la macchina-organizzazione. Le spiegazioni in termini di stress generalmente mettono l’accento sulla personalità psico-sociale come indicatore chiave di una situazione di disagio effettivamente vissuta, e sulla responsabilità personale dei manager nel provocare stress e disagi fisici. Gli studi sullo stress, che tendono a concentrarsi su vittime posizionate nei gradi inferiori della scala gerarchica,sono per lo più positivistici, carichi di pretese di legittimazione pseudo-scientifica. I veri e propri studi sul mobbing tendono invece a mettere sotto accusa i dirigenti prevaricatori implicati in abusi di potere
Posto in questi termini, la separazione della psicologia dall’economia nel modello dello stress può essere vista come un atteggiamento di immobilismo politico che lascia spazio all’affermazione del mobbing come paradigma del disagio lavorativo negli ultimi venti anni. In quest’ultimo periodo, a causa della globalizzazione, i lavoratori sono stati sottoposti a pressioni sempre più pesanti, attraverso ristrutturazioni selvagge a catena, mobilità sociale discendente, e una dilagante paura di decadere dal proprio status sociale. I rigurgiti di tribalismo e di feudalesimo correlati alla società post-moderna, post-welfare e post-informazione, hanno fornito terreno fertile per l’avvento di nuovi supermanager, impegnati a controllare “l’economia libidinale” di tale sradicamento
In queste condizioni il mobbing, come nuovo paradigma del disagio lavorativo, conduce a una prassi politica caratterizzata dalla protesta. Questo fatto è dimostrato dalla circolazione di storie di violenza e sofferenza psicologica, simili a quelle che Casilli riferisce in maniera così eloquente e partecipe. La condivisione di sofferenze e rancori nei resoconti dei casi di mobbing, mette in luce l’esistenza di “triangoli” (locali e globali) del tipo mobbizzatore / mobbizzato / esperto di mobbing, da cui ciascun attore trae un proprio tornaconto. Le vittime hanno bisogno che gli esperti parlino al posto loro; gli esperti hanno bisogno delle vittime per mettere in pratica le loro terapie; e i mobbizzatori spesso riescono a ottenere un sovrappiù economico e libidinale dalla giustificazione culturale ed economica del proprio comportamento (dall’Introduzione di Paul McCarthy).

ISBN: 88-87423-27-X
PAGINE: 192
ANNO: 2002
COLLANA: Map
TEMA: -
Autore

Antonio Casilli

Antonio Casilli, per scelta, vive e lavora fuori dall'Italia. Si è occupato di trasformazioni del lavoro ed è autore del libro La fabbrica libertina (manifestolibri, 1997).