Storie di Assalti Frontali

«Dai banditi nasce una nuova umanità»

Militant A

Storie di Assalti Frontali

Conflitti che producono banditi

ESAURITO
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La narrazione in prima persona di quindici anni di vita nelle acque turbolente dei movimenti antagonisti. Con una prosa da “strada” questo libro ne ripercorre gli universi relazionali nei primi anni Ottanta, infestati da repressione, eroina, mancanza di identità, conformismo.

Scorre il no future del “sentimento” punk, l’orgogliosa separatezza dalla normalità, l’occupazione e l’autogestione dei primi centri sociali, la tenace resistenza in piccoli gruppi contro una cappa sociale di indifferenza e di ostilità. Un’esistenza che si concentra negli affetti dell’unica solidarietà possibile, quella di “banda”. La lenta costruzione di una cultura alternativa favorita dalla scoperta della musica rap dei neri nei quartieri ghetto delle metropoli americane. Le prime sperimentazioni musicali, l’incontro con il movimento studentesco della Pantera e la conquista di una visibilità sociale. L’esperienza di Onda Rossa Posse prima e di Assalti Frontali poi. I concerti con migliaia di giovani dei centri sociali sparsi in tutta Italia. L’autoproduzione come critica pratica della dilagante mercificazione culturale. La coscienza dell’importanza della battaglia comunicativa in corso tra dominanti e dominati.

Una storia raccontata senza concessioni alla retorica ideologica, che si affida solo all’umanità ricca di sentimenti dei personaggi che popolano la parte del mondo giovanile più sensibile e solidale.


Un assaggio

Andavamo ai concerti con le borse con dentro bottiglie con dentro benzina. E ci scontravamo con servizi d’ordine e polizia per ore. Lungo la Cristoforo Colombo c’era il Tenda a Strisce e poi il Palazzo dello Sport, ogni concerto era un appuntamento di movimento. Eravamo i “giovani autoriduttori”, perché la musica era la nostra cultura, ne avevamo bisogno e non avevamo i soldi per ingrassare i papponi. ’83-84-85, i centri sociali ancora non c’erano. Non pagavo mai il biglietto. Una volta lo pagai perché ero appena uscito da un breve soggiorno a Regina Coeli e non volevo grane. Gli altri entrarono tutti poco dopo sfondando. Mi venne il mal di pancia che mi rovinò il concerto e pensai che avrei sempre combattuto i mercanti della musica… Vengo dal ceppo autonomo di S. Lorenzo. Andavo a scuola vicino alla stazione Termini, Plinio Seniore, scuola rossa con passato furioso. Quando entrai fu una botta. I cortili interni erano pieni di murales con disegni di indiani in guerra, ricordo di precedenti occupazioni. La libertà di movimento e discussione era enorme. Le riunioni degli studenti medi le facevamo a via dei Volsci il pomeriggio, lì i “responsabili” ci seguivano e consigliavano. Ne ero attratto irrimediabilmente. Come voltavo l’angolo di via Tiburtina il fermento si respirava nell’aria. Il posto brulicava, un vociare, un rumore di sottofondo, sembrava dovesse succedere sempre qualcosa di grosso da un momento all’altro. Tutti fomentavano. Zona “off-limits”, le guardie non passavano e quando succedeva facevano finta di non vedere. Meglio così, meglio per noi, meglio per loro. Questione di rapporti di forza. L’assassinio di Valerio Verbano, un compagno di 19 anni che andava a scuola all’Archimede, fu il primo vero evento che mi travolse. Lo uccisero i fascisti che lo aspettavano dentro la sua casa. Riuscirono a entrare, legarono i genitori in una stanza e quando arrivò Valerio gli spararono. I compagni di Roma fecero un manifesto con la foto della Volante rossa e la scritta: “È morto un partigiano ne nascono altri cento”. Pensai che io sarei stato uno di quei cento. Avevo 13 anni. Era il febbraio del 1980, volevo andare al funerale ma mia madre, professoressa di matematica in un Istituto tecnico, mi disse di stare a casa e ci andò lei. Il giorno dopo “la Repubblica” titolava: “Bombe e molotov a Roma, l’autonomia si vendica”. Rimpiansi di non essere stato lì. Credo che per mia madre quella fu l’ultima manifestazione extraparlamentare e da quel momento cominciò a guardarmi convinta che mi sarei presto cacciato in qualche guaio serio. Sentivo le storie che si raccontavano su Valerio e i suoi 19 anni me li immaginavo come quelli di un uomo… ora so quanto la sua vita sia stata breve, ma so anche che non è l’anagrafe che puòpesare quanto una vita vale. Dopo otto mesi ci fu l’affissione della lapide in suo ricordo, la mia prima manifestazione. Tentai di arrivare sotto casa di Valerio, ma era impossibile, pieno di guardie, così presi l’autobus e tornai a casa. In realtà i compagni si erano “autoconvocati” poco distante, oltre il Ponte delle Valli a viale Libia, ed erano partiti in corteo bloccando il traffico tra cui il mio autobus. Mentre scendevo tutto contento per averli finalmente trovati vidi arrivare le volanti e volare le bottiglie, fiamme dappertutto. Le macchine in mezzo alla strada, a fuoco le macchine della polizia, un compagno finì tra le fiamme e rischiò di bruciarsi ma si salvò. Era l’impatto, durò un po’, poi scapparono tutti. Anch’io scappai seguendo dei compagni che avevo conosciuto da poco (e penso che si chiesero che cazzo ci facevo lì, non era certo il posto dove sarei dovuto stare in quel momento). La mattina dopo a scuola c’erano i giornali con le foto e gli articoli, tutti ne parlavano, io non dissi niente. Così fu il mio battesimo… Cominciai a fare trasmissioni a Radio Onda Rossa (che ci dava un’ora a settimana come studenti medi). Una cosa volevamo di sicuro evitare: no noiosi pipponi che fanno addormentare i coraggiosi e cambiare stazione agli insofferenti. A casa incidevamo testi su sottofondi musicali. Ore e ore a registrare perché venissero bene. Fissati e scrupolosi, ritmo, intonazione, comprensione. Parlavamo della “modernità che avanza”. Ho ritrovato un testo che si chiamava Metropoli off-limits: strani orizzonti sotto questo cielo… 1983. Iniziava così (su Wish You Were Here dei Pink Floyd): “Mi stupisco come a volte basti un’immagine particolare o una particolare frase a fissare l’attenzione su dettagli, facendomeli riscoprire del tutto nuovi… Lo sguardo discreto e indagatore di una delle tante telecamere sparse per strade e corridoi. Abitazioni-loculi riprodotte all’infinito in blocchi giganti. Folle di acquirenti ingoiate a ondate successive da ipermercati di periferia. Sbirri, vigilantes e fanatici, tutti armati e pericolosi, tutti ottusi e arroganti. Farneticazioni in modulazione di frequenza da parte di radio nient’affatto libere. Programmi televisivi che incollano al tubo catodico milioni di menti. Tutti questi sono solo alcuni aspetti di uno scenario inconsciamente appena sfiorato dal nostro pensiero… Usare la comunicazione sociale, qui e ora, come variabile incontrollata, come grimaldello per forzare l’orizzonte, per filtrare la luce del giorno tra le tenebre del villaggio-incubo, popolato da orchi e gnomi. Mostri della cattiva coscienza collettiva che non ha saputo opporsi al consenso insensato”.

ISBN: 978-88-6548-130-1
PAGINE: 208
ANNO: 2015
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Contro-culture, Movimenti, Musica
Autore

Militant A

Militant A (1966), componente del gruppo rap Assalti Frontali, autore di otto dischi, di cui uno, Mi sa che stanotte, premiato nel 2006 come miglior disco indipendente dell'anno. È anche autore di libri Il viaggio della parolaSoli contro tutto. Ha partecipato a numerosi festival di poesia. Dal 2008 ha iniziato a scrivere rap per bambini.

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