Un cimitero chiamato Mediterraneo

«Un’analisi della legislazione europea, dei suoi evidenti limiti, con le testimonianze dirette delle persone»

Un cimitero chiamato Mediterraneo

Per una storia del diritto d'asilo nell'Unione Europea

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Questo libro fornisce, nella prima parte, un quadro essenziale ma esaustivo dell’evoluzione della legislazione europea in tema di diritto d’asilo, ripercorrendo criticamente la storia delle politiche di accoglienza praticate dall’Ue, dalla sua nascita a oggi, analizzando i principali Trattati e Convenzioni internazionali che regolano la materia e mettendone in luce i limiti e le inadeguatezze di fronte alla realtà dei richiedenti asilo e all’emergere di nuove figure di rifugiati.
Nella seconda parte, il libro analizza, invece, le conseguenze materiali della politica dell’Unione e offre uno spaccato documentario, riportando materiali di informazione giornalistica e le testimonianze di chi per raggiungere l’Europa ha tentato la via della fuga attraverso il Mediterraneo. La ricostruzione degli avvenimenti porta alla luce la storia degli eventi, i dolorosi percorsi delle persone coinvolte, le loro sofferenze, la tragica fine delle speranze di un popolo senza nome, senza spessore, senza identità, formato per la maggior parte da profughi e richiedenti asilo. Il volume si presenta come un documento di analisi originale delle misure in difesa delle frontiere messe in atto dai vari paesi, e soprattutto dall’Italia, paese di transito che non si è mai dotato di una legge organica in materia, e come una testimonianza di grande valore umano su avvenimenti di portata storica, che si manifestano tragicamente nei numerosissimi naufragi che avvengono al largo delle coste italiane, fenomeno che ha assunto ormai le dimensioni di una vera e propria guerra “silenziosa”.


Un assaggio

Chi è il rifugiato? Chi è colui che, fuggendo dalla propria patria, dalla terra dove è nato, chiede asilo
Come per gli immigrati, anche per i rifugiati le ragioni della fuga sono complesse. La causa immediata dell’esodo può consistere in una persecuzione individuale, un conflitto armato, una campagna di repressione, il crollo violento della società civile o, ancora, una dozzina di variazioni su questi temi. Dietro questi fenomeni si trovano schemi più profondi, spesso interconnessi, di pressioni d’indole politica, economica, etnica, ambientale o relative ai diritti umani, ulteriormente complicati dall’interazione tra fattori interni e internazionali (Goodwin G.S., 1996). Tuttavia, tra migranti e rifugiati esistono differenze specifiche. Nella generalità dei casi, l’immigrato è colui che ha scelto di emigrare sulla base di un progetto di vita che non può realizzare nel proprio paese. Le ricerche condotte in questo settore mostrano come colui che emigra ha un’alta scolarità (almeno fino ai tempi recenti) e appartiene alle classi d’età al di sotto dei trent’anni. Egli conosce il paese verso cui è diretto e ha in loco una rete di relazioni che gli consente di inserirsi nella società d’accoglienza. Chi decide di emigrare ha in genere un progetto a termine. Nel paese dove è diretto pensa di restare per un periodo, il tempo di accumulare un capitale, acquisire esperienze di lavoro e professionalità. Il suo obiettivo è quello del rientro, per investire nel suo paese capitali ed esperienze acquisite. Spesso la permanenza da temporanea si trasforma in definitiva. In ogni caso la speranza non viene accantonata, ma assume una dimensione mitica: il mito del ritorno. Questo, forse, è l’unico aspetto che accomuna l’immigrato alla situazione del rifugiato (Delle Donne M., 1994)
Diverse sono le motivazioni, gli obiettivi, l’identità dei richiedenti asilo. Per essi la partenza non è frutto di una scelta, ma condizione necessaria alla sopravvivenza. A differenza del migrante, il rifugiato non ha preparato la partenza, non ha deciso, più di tanto, il paese di accoglimento, non ha possibilità di rientro tranne in caso di cambiamenti politici sostanziali (Kuntz E.F., 1973; Jacques A., 1988). A chi si allontana dal proprio paese perché la sua vita è in pericolo, la fuga si impone come unica possibilità di salvezza. Significativa in tal senso la testimonianza di Fathia Ali, una somala di 22 anni, incinta di otto mesi, sbarcata da una «carretta di clandestini» a Lampedusa il 20 giugno 2003. Fathia è fuggita dalla guerra civile che imperversa a Mogadiscio, città in preda alla violenza di bande rivali. «Una sera hanno fatto irruzione a casa i predoni e hanno devastato tutto. Mio marito ha preso i bambini ed è fuggito per metterli in salvo. Non l’ho più visto. Ho aspettato, ma la sera successiva quelli sono tornati, mi hanno picchiata. A quel punto, terrorizzata, ho deciso di aggregarmi al gruppo che aveva organizzato la fuga in Europa. Il mio obiettivo era l’Inghilterra, dove vive mio fratello, ma in quel momento la cosa più importante era lasciarsi alle spalle orrori e miseria della Somalia».

ISBN: 88-88738-58-4
PAGINE: 208
ANNO: 2004
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Europa, Migranti e pensiero post-coloniale
Autore

Marcella Delle Donne

Marcella Delle Donne insegna Sociologia delle Relazioni Etniche presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Roma «La Sapienza». Già membro dell’Executive Committee dell’European Association for Refugees Research, collabora con il Berlin Institute for Comparative Social Research. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: La strada dell’oblio. Rifugiati e richiedenti asilo in Italia (Roma, 1995); Avenue to Integration. Refugees and Asylum Seekers in Europe (Los Angeles, 1996, a sua cura); Convivenza civile e xenofobia (Milano, 2000); con Umberto Melotti, Immigrazione in Europa. Strategie di inclusione/esclusione (Roma, 2004).

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