Uomini che si fanno pagare

Un saggio che colma un vuoto nella letteratura scientifica di lingua italiana

Uomini che si fanno pagare

Genere, identità e sessualità nel sex work maschile tra devianza e nuove forme di normalizzazione

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«Il lavoro sessuale maschile è un fantasma dell’immaginario, gravato di eccessi di significazione. Da un lato, esso viene rappresentato come tema romanzato, finzionale, un topos letterario e cinematografico denso di riferimenti alle rappresentazioni culturali delle ansie del potere e dell’immaginario, dall’altro come l’esemplificazione della più profonda degradazione morale e personale per il “maschio” coinvolto: in entrambi i casi, queste due prospettive tipologiche rischiano di privare i soggetti coinvolti nel sex work della propria agentività. Con ciò non si vuole sostenere che le attività di sex working non possano essere determinate da mancanze di opportunità strutturali e da una dotazione diseguale e iniqua di risorse materiali e simboliche, né che il/la sex worker non possano essere sfruttati/e o essere vittime; allo stesso modo, non si vuole praticare un percorso cinico di voyeurismo intellettuale per mezzo del quale la volontà del soggetto si può esprimere attraverso pratiche e condotte indipendenti dai condizionamenti strutturali. Il problema concerne il modo in cui intendiamo i sex worker e i clienti, se trattiamo i concetti di “vittima” e di “approfittatore” come identità anziché come “condizioni temporanee”.
Questo volume tenta di ricostruire le rappresentazioni, le teorie, le retoriche, l’organizzazione e le tipologie di un tema complesso, scomodo e controverso, che si pone al crocevia della trasformazione delle maschilità e del mutamento socio-sessuale, a metà fra modelli tradizionali, configurazioni inedite e nuove forme di normalizzazione. Poco visibile ma presente negli interstizi dello spazio pubblico e delle involuzioni dei discorsi scientifici e delle retoriche disciplinari in età moderna, il lavoro sessuale maschile è la cartina al tornasole delle asimmetrie di genere, classe, età ed etnia che strutturano le nostre pratiche quotidiane convenzionali».


Un assaggio

Il sex work maschile, pur non essendo un fenomeno inedito nella storia dei costumi e delle pratiche sessuali umane dal mondo antico a quello contemporaneo, ha ricevuto poca attenzione dall’analisi teorica sociale e dalla ricerca empirica, è stato pesantemente trascurato dalle politiche e dagli interventi sociali, è stato tradizionalmente patologizzato dall’analisi bio-psico-medica che rappresenta i maschi coinvolti nell’offerta e lo scambio di prestazioni sessuali con altri maschi come popolazione «patologica» o «a rischio», deviantizzato per via della stigmatizzazione delle condotte omosessuali, criminalizzato quando accostato al tema della «corruzione dei giovani». Da un punto di vista prettamente teorico, il sex working che coinvolge «uomini-chefanno- sesso-con-altri-uomini» mette in discussione gran parte delle teorizzazioni femministe, specie nella loro versione radicale ed essenzialista, che hanno considerato la «prostituzione» come espressione di relazioni di genere statiche, all’interno delle quali il «maschile» possedeva una dimensione dominante ed esclusivamente il «femminile» diventava mercificato, oggetto del piacere e dello sguardo dei maschi.
Gli effetti destabilizzanti del sex work maschile sono stati avvertiti anche all’interno del dibattito politico e culturale omosessuale e hanno evidenziato come la normalizzazione delle soggettività gay implichi la creazione di standard neo-liberisti di «cittadinanza» a scapito di altre soggettività «imbarazzanti», tra cui i transgender e proprio i/le sex workers.
In particolare, il numero limitato di analisi e ricerche sociologiche soprattutto per quanto concerne il nostro contesto nazionale, prova che lo stereotipo del sex work sia complessivamente legato all’immagine – anch’essa stereotipata – della «puttana»: un’attività considerata come naturalmente «femminile», rappresentata quasi completamente all’interno di una retorica eteronormativa che, se da un lato contribuisce a costruire una femminilità iperbolica (la «prostituta» ora vittima e sfruttata, poi possibilmente «compiacente» e «strategica» e, in ogni caso, ipersessualizzata), dall’altro rende invisibile il cliente (il «maschio» e la sua maschilità, dandoli per scontato).
Il sex work maschile ha ricevuto una minore attenzione pubblica rispetto a quello femminile per una serie di ragioni che possiamo in modo sintetico addebitare alla maggiore possibilità che una tipologia specifica di maschio presumibilmente possiede – in quanto considerato come abitante «naturale» e occupante legittimo degli spazi pubblici – di eludere il controllo sociale e, di conseguenza, la stigmatizzazione.
Il fatto stesso che i termini utilizzati per indicare il sex worker non siano connotati negativamente o in modo derogatorio come accade per le lavoratrici sessuali (non usiamo, per esempio, l’espressione «puttano» o simili) e che, al contrario, nel nostro contesto nazionale, epiteti come «marchettaro» hanno il gusto bonario del letterario e della «giustificazione» di condotte mosse dalla disperazione e da condizionamenti strutturali o rappresenti la maschilità furba che deresponsabilizza moralmente l’azione, fa comprendere in che modo, per ragioni culturali e identitarie, non riusciamo a immaginare e a rappresentare un uomo che si prostituisce con altri uomini così come potremmo fare con una donna. Il senso comune potrebbe giustificare un uomo che si prostituisce – a certe condizioni che indicheremo nelle varie sezioni del volume – più di quanto non farebbe nei confronti di una donna.

Quando ci accostiamo al tema della prostituzione l’idealtipo del soggetto che si prostituisce è legato alle rappresentazioni della femminilità così come le rappresentazioni delle condotte prostitutive sono informate all’eteronormatività come «universalizzazione cognitiva del desiderio e della pratica eterosessuale».
Si considera sia «naturale» per una donna essere penetrata, mentre un uomo che penetra un altro uomo, per certi versi, sta ancora facendo il maschio. A seconda delle pratiche che mette in atto, un uomo può redimersi, una donna invece rischia di «disonorarsi» una volta per tutte. Dunque, il problema si focalizza su chi fa che cosa con chi e perché: se il sex worker «fa il maschio», se mette in atto un ruolo e pratiche insertivi, se «fa l’attivo» – aspetto che è fortemente sostenuto non soltanto dai repertori normativi collettivi ma anche da gruppi specifici composti dai clienti che valorizzano le caratteristiche identitarie e le pratiche «attive» e dai pari con cui eventualmente condivide una «carriera» – egli continua a rientrare all’interno dell’ordine normativo di genere. La peggiore dell’ipotesi corrisponde, dunque, all’eventualità che il «maschio» possa essere penetrato, se mette in atto un ruolo e pratiche ricettive, se «fa il passivo»: si tratterebbe, infatti, del caso in cui sarebbe messo in seria discussione e a rischio il suo status maschile. In entrambi i casi fa tuttavia da sfondo un generale disagio culturale legato al fantasma dell’omosessualità e alla minaccia che il sex work implica, anche se in termini simbolici, di poter «istigare all’omosessualità», ragion per cui esso si configura solitamente come un «sottaciuto». Probabilmente la maggiore minaccia deriva dal fatto che il sex work maschile proverebbe, infatti, che «a certe condizioni» anche quei maschi che si definiscono eterosessuali – e sono percepiti come tali dagli «altri» – possono ritrovarsi a fare sesso con altri maschi, mettendo in atto condotte che rischiano di rendere più permeabili i confini che sembrerebbero esistere tra l’eterosessualità e l’omosessualità, indebolendone i rispettivi regimi. I diversi profili maschili indicati necessitano, pertanto, di forme di riparazione identitaria per evitare le ripercussioni della stigmatizzazione sessuale; e nonostante le rappresentazioni egemoniche, le relazioni e le configurazioni identitarie proiettate nel sex work maschile producono uno sguardo di insieme assai complesso in cui si intrecciano desiderio e compulsività, mercificazione e rivalsa, stigmatizzazione ed emancipazione con i più generali concetti di sessualità, genere, potere e società. In tal senso il sex work amplifica gran parte delle asimmetrie presenti nelle nostre vite quotidiane più di quanto saremmo propensi a immaginare.

ISBN: 978-88-6548-315-2
PAGINE: 280
ANNO: 2020
COLLANA: Sexscapes
TEMA: Sessualità
Autore

Cirus Rinaldi

insegna Generi, sessualità e violenza e Masculinities, crime and criminal justice presso il Dipartimento Culture e Società dell’Università degli studi di Palermo, dove dirige il Laboratorio di Ricerca Interdisciplinare su Corpi, Diritti, Conflitti. Tra i suoi temi di ricerca, le teorie della devianza e del crimine con particolare riferimento agli approcci interazionisti e costruzionisti, l’analisi del rapporto tra maschilità e violenza, gli studi LGBTQI+. Tra le sue pubblicazioni più recenti Maschilità, devianze, crimine (Meltemi, 2018); ha inoltre curato con S. Grassi il volume di John. H. Gagnon e W. Simon, Outsiders sessuali. Le forme collettive della devianza sessuale (Novalogos, 2019) e con L. Benvenga, Devianza conflitti e media. La scuola di Birmingham (Mimesis, 2020).