Vesti la giubba di battaglia

«Riti, simboli e storie della lotta partigiana»

Vesti la giubba di battaglia

Miti, riti e simboli della guerra partigiana

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Durante la guerra di Liberazione, come in altre circostanze simili, lo scontro tra i contendenti avviene sul piano dell’offesa armata, della distruzione di corpi e cose, ma anche su quello dei segni e dei significati culturali: un conflitto parallelo tra contrapposte visioni del mondo che uomini e donne impiegano per mostrare le proprie ragioni, per distinguersi, per esistere.
Dall’universo simbolico che scaturisce, dalla forte carica emotiva spesa da quanti rimasero coinvolti nasce il senso di questo libro. Riti, consuetudini, apparati simbolici e miti sono gli argomenti che si indagano dell’avventura partigiana; un’avventura inizialmente priva di precise norme e, per questo motivo, capace di dare sfogo a una sorta di «creatività a caldo» che, nell’immediatezza degli eventi, costruisce e controlla l’immaginario.
Il lavoro prende avvio dalle reazioni popolari dopo la caduta di Mussolini del luglio ’43; fatto che si tramuta in un rovesciamento di potere espresso con numerose allegorie, al punto da trasformarsi in un vero e proprio carnevale di cui il duce può solo esserne il re. Si passa poi a indagare le esperienze della guerriglia: dalla ricerca di un’identità che rappresenti i combattenti come nuovi soldati e nuovi italiani all’uso degli apparati simbolici in tutte le fasi degli scontri armati, alla creazione di personaggi mitici della Resistenza, come Cino Moscatelli e Filippo Maria Beltrami, e al tramandarsi nel tempo della loro «leggenda». La ricerca si conclude con il ritorno a Mussolini, alle diverse memorie proposte dalla gente comune, tra critiche, aspettative mancate e condizionamenti della propaganda ancora attivi.


Un assaggio

Dall’introduzione dell’autore

Il 12 ottobre 1944, giorno di sfondamento delle linee partigiane a difesa della repubblica dell’Ossola, quindici garibaldini si attestano all’imbocco della valle Anzasca con l’intenzione di contrastare l’avanzata dei nazifascisti. Gli uomini sono dotati di fucili e di una sola mitragliatrice in consegna al partigiano Agostino Pasolini. Dopo le prime raffiche l’arma s’inceppa e il mitragliere, furioso per l’inconveniente, si alza in piedi e in segno di sfida sventola il fazzoletto rosso che porta al collo. Un colpo di mortaio esplode vicino e una scheggia lo uccide.
Questo si racconta di Agostino, che combatte con un fazzoletto rosso i mortai nemici. In quel momento lotta per simboli e lotta armata si mescolano, valori e contenuti ideali si combinano tragicamente con i fatti concreti della vita.

Una creatività a caldo
Nel corso della guerra di liberazione lo scontro tra le parti avviene sul piano dell’offesa armata, della distruzione di corpi e cose, e su quello non meno trascurabile dei segni e dei significati culturali: un conflitto parallelo tra contrapposte visioni del mondo che uomini e donne impiegano per mostrare le proprie ragioni, per distinguersi, per esistere
In quest’ottica l’avventura partigiana è una vicenda decisamente singolare, priva com’è di consolidati codici identitari e di una rodata organizzazione politico-militare. Soprattutto nella fase iniziale mancano precise norme capaci di reggere una ribellione ideale, ciononostante e forse proprio per questo motivo, prende corpo una sorta di «creatività a caldo» che, nell’immediatezza degli eventi, costruisce e controlla l’immaginario. Procedure rituali e simbologie nascono e si rendono visibili negli ambiti del quotidiano; gruppi e individui si identificano tramite cerimonie comuni, indossando ornamenti e distintivi, diffondendo miti.
Va da sé che gli uomini tendano a ritualizzare i loro rapporti e il mondo popolare e proletario ne è intriso. Se in passato corporazioni di mestiere e prime leghe operaie marcarono la loro presenza con cerimonie e apparati simbolici, durante la Resistenza i gruppi dirigenti del Pci non sono da meno, si fanno carico dei miti e prendono atto delle proporzioni raggiunte dall’immagine di Stalin tra i combattenti: «Più che il personaggio reale» avverte Battaglia «prevale la sua leggenda». Per tutto il periodo Stalin viene interpretato come l’eroe capace di sconfiggere i fascismi europei; è lui la figura attesa ed evocata
Le bande partigiane, pertanto, in assenza di puntuali disposizioni, codificano norme attingendo da antiche tradizioni, dai saperi comunitari e del movimento operaio e socialista, dalla propaganda di regime. Elementi eterogenei, in gran parte disponibili nelle culture di base, le cui tracce si rinvengono nelle memorie, nell’iconografia, nella pubblicistica e nelle più caute e inappuntabili relazioni ufficiali.
Si tratta di un complesso di «cose minori», spesso considerate semplici note di colore, a volte descritte in modo vago e sfuggente, che tuttavia consentono di spiegare differenze e appartenenze identitarie. Ed è da questi materiali che si possono trarre notizie sul pensiero e l’azione dei giovani combattenti e chiarire quanto la voglia di cambiare, maturata nell’urgenza del momento, attinga da matrici culturali già note. Spesso, infatti, la costruzione dell’italiano nuovo si regge su un insieme di componenti che non si scostano del tutto da quelle conosciute: il bisogno di futuro non conduce a drastiche rotture con le vecchie credenze.
La cultura della base comunista, in particolare, non prescinde dal passato e in essa vi si colgono idee e comportamenti provenienti dalla storia delle classi popolari e del movimento operaio. Le trasformazioni sociali e politiche dei decenni tra fine Ottocento e primo Novecento influenzarono certo il modo di pensare degli individui, senza però sopprimere credenze e consuetudini. Se i garibaldini cantano Bandiera rossa e salutano col pugno chiuso – scrive Moscatelli – al collo portano la medaglietta e nel portafoglio conservano immagini religiose. All’occorrenza, quindi, i partigiani scelgono la saldatura tra passato e presente, la commistione fra tradizione e innovazione piuttosto che una recisa discontinuità. La voglia di cambiare si nutre di passato, o meglio, poggia su radici comunitarie di lunga durata.
Esaminando i rituali partigiani, per esempio, si nota che regole e valori provengono in molti casi da cerimonie tradizionali. Tratti eloquenti emergono nei riti di passaggio adottati dalle bande, i cui scopi, con l’aggiunta di significati politici, sono simili a quelli che articolano la struttura sociale. Nascita, matrimonio e morte si celebrano anche nel «mondo a parte» della guerriglia, suggellando così lo scorrere del tempo e il ciclo della vita.
I simboli, poi, per la loro specificità di rappresentare il mondo in forma semplificata, nel contesto bellico evocano i segni distintivi degli schieramenti. Si combatte armi alla mano e tramite simboli, allegorie e gesti del tempo di guerra, in modo da rafforzare le proprie ragioni e demoralizzare il nemico; scritte murali, bandiere, canti, atti derisori sono ingredienti del piano simbolico della lotta. Anche la fine degli scontri armati è accompagnata da simbologie e azioni collettive che, quasi in forma rituale e antica, trattano il corpo dell’avversario sia morto, dileggiando il cadavere e spogliandolo, che vivo, con la prassi di tosare e ridicolizzare le donne che sono «andate col nemico».
La versatilità di simboli e forme rituali e il bisogno di consapevolezza degli individui, inoltre, trovano pronto impiego nei momenti salienti della storia nazionale. Il 25 luglio 1943 – per la precisione il giorno seguente – in gran parte delle città italiane si festeggia la caduta di Mussolini. Migliaia di persone si riversano nelle strade per esprimere l’adesione al mutamento politico in corso. La folla diviene protagonista e afferma la sua presenza recuperando azioni collettive apprese dal passato: forma cortei, innalza vessilli, abbatte gli emblemi del Ventennio e cambia la toponomastica cittadina. L’evento si sostanzia attraverso segni da cancellare e da reinventare.
Quel giorno i simboli svolgono appieno il compito di fornire contenuti alle azioni rituali: bandiere, gesti e ornamenti, assieme a parole d’ordine e canti delineano l’aspirazione al nuovo. Il vecchio regime, la cui essenza politica è caratterizzata da simbologie e culti, viene scalzato. Alle spalle della gente che gioisce in piazza vi è la memoria del sistema di credenze, riti e simboli promosso dal fascismo come modalità spirituale per unificare gli italiani. Fascismo come movimento politico che dal rinnovamento del culto della patria era pervenuto, attraverso una graduale simbiosi, al culto di sé, forgiando uomini e donne in liturgie di massa nel segno del littorio. Fascismo come nuova fede, che per porre radici e durare necessitava di riti: «le vecchie tradizioni si devono utilizzare e trasformare – dichiarò Mussolini –. Nuove feste, gesti e forme si devono creare, affinché essi stessi divengano nuovamente tradizione».
I protagonisti della Resistenza provengono da un mondo del genere, anzi i più giovani conoscono solo quello e, abituati all’uso di simbologie, le impiegano per sancire se non la fede in una nuova religione, l’aspirazione alla libertà dalle costrizioni totalitarie. Un mutamento che per consolidarsi utilizzerà anch’esso forme rituali del ricordo durante gli anniversari del 25 aprile e soprattutto attraverso il culto dei morti, con la lunga sequela di cerimonie che costelleranno il calendario partigiano in numerose località dell’Italia Centro Settentrionale.
Le celebrazioni sono giunte fino a oggi, sopravvivendo all’interno di un’evanescente memoria del Novecento, tra guerra fredda e società dei consumi. In alcune circostanze, peraltro, il ricordo riuscirà a bucare gli schermi dell’indifferenza. È il caso di Filippo Maria Beltrami, comandante di una formazione autonoma, caduto con il suo gruppo combattente in val d’Ossola nel febbraio 1944. In vita personaggio leggendario, si trasforma con la morte in icona resistenziale, fortificata anno dopo anno dai rituali commemorativi che ne prolungheranno il mito. Un mito, come quello di Moscatelli, appartenente al dopo, ma con origini nella guerra di liberazione, secondo la precisa volontà dei comandanti, consci dell’importanza di offrire personaggi alternativi a quelli coniati dal regime che per anni pervasero l’immaginario del Paese.

ISBN: 978-88-89969-59-5
PAGINE: 256
ANNO: 2009
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Resistenza e antifascismo
Autore

Filippo Colombara

Filippo Colombara (1952) si occupa di storia e cultura dei ceti popolari. Fa parte del collettivo di lavoro dell’Istituto Ernesto de Martino; è membro del comitato scientifico dell’Istituto storico della Resistenza di Novara e del Verbano Cusio Ossola. Tra le sue pubblicazioni: La terra delle tre lune. Classi popolari nella prima metà nel Novecento in un paese dell’alto Piemonte, Milano 1989; Uomini di ferriera. Esperienze operaie alla Cobianchi di Omegna, Verbania 1999; Pietre bianche. Vita e lavoro nelle cave di granito del lago d’Orta, Verbania 2004.

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