Vivere malgrado la vita

«Un racconto sulla vita e sull’esperienza della disabilità»

Vivere malgrado la vita

Sguardi di un disabile sul mondo

Vivere malgrado la vita
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Uno sguardo profondo, lucido e spietato su una condizione esistenziale comune a molte persone. La vicenda di un ragazzo di diciotto anni che, nel 1977, in seguito a un terribile incidente stradale diviene gravemente disabile. Un’esperienza sempre sospesa tra la vita e la morte, tra il dolore e l’amore. Una scrittura che rompe le barriere tra realtà e fiction, tra romanzo e saggio, tra vivere e filosofare, tra l’io-sé e l’io-mondo.
In questo libro sulla vita, vengono demoliti molti luoghi comuni e ipocrisie intorno alle disabilità e agli handicap. Vivere risulta una residenza all’inferno nella quale si passano in rassegna l’esperienza, i pensieri, gli affetti, i sentimenti, le stupidaggini e le genialità dell’intera esistenza senza alcuna indulgenza al buonismo imperante. Il lettore scopre che in quello sguardo profondo che non si è arreso alle assurdità della vita possono essere illuminate le deficienze del mondo e cercate il modo per affrontarle. Al lettore non viene chiesto di condividere ma di convivere con il dolore, guardarlo dritto negli occhi, dialogare con lui.


Un assaggio

Non ho scritto questo libro per commuovere qualcuno, per muovere pietà verso di me o verso le persone che vivono in condizioni simili alla mia. Io non amo vivere di pietà. La pietà per noi è un coltello dentro la piaga, l’estremo gesto di chi, nella presuntuosa speranza di condividere il tuo dolore, ti prende a martellate mostrandoti, però, di soffrire sinceramente. Se volete vedermi morire, mostratemi in qualsiasi modo che vi faccio pietà. La pietà degli altri per noi è un handicap che si aggiunge a quello che già siamo costretti a sopportare. Una croce conficcata nella croce. Ho imparato a disprezzare profondamente la commozione e la pietà che si provano nei nostri confronti. Le disprezzo perché le considero ipocrite. Condividere il nostro dolore, le nostre sofferenze, le nostre piaghe è semplicemente impossibile. Se anche si volesse sinceramente condividerli, per fortuna non è possibile. La fortuna di quest’impossibilità genera il mondo. Se il dolore fosse universale e perenne, il mondo smetterebbe d’esistere in una generazione. Il mondo esiste solo perché il dolore si esperisce come dimensione individuale. L’individuo, non il mondo, può trovarsi in una dimensione che il resto del mondo giudica di perenne sofferenza. Anche se tanti, troppi individui, vivono nel dolore, il resto del mondo può e deve continuare a vivere come se quel dolore non esistesse. Il resto del mondo ha esigenza di confinare il dolore in luoghi nascosti della memoria, se l’esperienza del dolore gli è appartenuta, in luoghi remoti della città, dove si può intuirlo solo se si è costretti a passare, in luoghi lontani e momentanei della vita, altrimenti vivere sarebbe impossibile, in luoghi comuni della lingua, quando a parlare del dolore altrui non ci si spaventa, anzi aiuta a rimuoverlo. Il dolore, la sofferenza, le piaghe non si possono condividere poiché è impossibile trasmetterli. Ciò che la commozione e la pietà assorbono del dolore è pari a ciò che un affamato assapora passando davanti alla cucina di un ristorante. Può annusarne i profumi, ma quando procede oltre la fame gli è aumentata. Così, chi presume di condividere il dolore si ferma un attimo a osservarlo, ma poi prosegue dritto per la sua strada. Avviene così quando fai visita a un amico che soffre, quando un viso conosciuto, un parente viene a mancare. È giusto. Se disgraziatamente decidi di fermarti sulla strada del dolore, o ne sei costretto, col tempo contrai un dolore magari altrettanto grande, ma che nulla ha a che fare con quello che lo ha generato. Se si potesse condividere il dolore, nessuna strada sarebbe più percorribile. Il dolore non si può condividere. Non è questo che io chiedo. È impossibile. Non sarebbe giusto. Chiedo invece che si conviva con il dolore. Convivere con il dolore è possibile. La convivenza ha poco a che fare con la condivisione. Convivere col dolore non richiede a chi non soffre di far finta di soffrire. Non richiede a chi non sta male di ammalarsi. Per convivere col dolore è sufficiente prendere atto che il dolore esiste. Il dolore non va interiorizzato. Il dolore va compreso come occorre comprendere chiunque conviva con voi. Non potete vivere al suo posto, sarebbe dannoso pensare in suo luogo. Il dolore va compreso perché non lo si può scacciare dal paniere della vita.

ISBN: 88-88738-36-3
PAGINE: 208
ANNO: 2005
COLLANA: Narrativa
TEMA: Contro-culture
Autore

Pino Tripodi

Pino Tripodi (Vibo Valentia, 1957) ha curato per DeriveApprodi il fortunato Io sono un black bloc e Io servo dello Stato. Per la Leoncavallo Libri ha pubblicato Lo Stato della globalizzazione con Marco Revelli. Presiede la Banca della Solidarietà ed è uno dei promotori del progetto Terra e libertà/critical wine.

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